Urbanistica INFORMAZIONI

Transizioni mirate/transizioni deviate

Non è stato facile giungere al punto in cui il riconoscimento dell’origine antropica del riscaldamento globale divenisse maggioritario e convincesse un certo numero di governi. Adesso non si possono dire del tutto superate le eccezioni e le alternative interpretative, anche politicamente molto autorevoli, ma abbiamo fortunatamente un’Europa la cui visione ecologica è abbastanza resistente con la produzione di atti di indirizzo coerenti con una politica di contrasto. Anche esponendoci alla critica di un giudizio ottimistico, possiamo affermare di trovarci in una fase di implementazione, non per questo meno problematica e risolutiva come se fossero superate tutte le difficoltà, e forse bisogna attendere solo il tempo dell’attuazione per poter uscire dalla crisi. In realtà già le politiche intraprese son frutto di mediazioni tra governi non allineati per la rappresentanza di interessi divergenti. Infatti, stiamo toccando con mano come il processo di transizione (già esso un compromesso per dilatare i tempi e far maturare il coinvolgimento) inciampi in emergenze che diventano occasioni di retromarce e revisioni. A prescindere da queste perturbazioni esterne, comunque, l’opera di ricondurre il genere umano ad un rapporto armonico con il pianeta si sta rivelando molto difficile.

La XIV Giornata di studi Inu ha proposto di esaminare questa fase implementativa, problematizzandola non per il gusto intellettualistico di perfezionismo ma per la presa di coscienza di una realtà con la quale si confrontano molti ricercatori militanti, nel senso della consapevolezza dell’importanza dei compiti in cui si sono addentrati, molti esponenti delle pubbliche amministrazioni e professionisti coinvolti nel PNRR o in altri programmi europei e nazionali disegnati sempre per la transizione. Accompagnare il processo implica il riconoscimento anche delle piccole difficoltà da cui imparare per correggere le direzioni intraprese. Questa eventualità si presenta quando si percorrono sentieri nuovi, proprio come quello intrapreso per modificare condizioni climatiche, un compito mai precedentemente affrontato ma a cui siamo, in qualche modo, costretti a trattare per la sopravvivenza, anche in assenza di quella piena conoscenza dei fenomeni su cui cerchiamo di agire.

Senza voler negare l’apporto della ricerca pura, l’esplorazione dei nuovi campi incentiva la ricerca-azione, un terreno dove sono coinvolti: le università, per ottemperare al loro obbligo di essere utili al territorio dove sono ospitate; le istituzioni di governo del territorio, con le loro responsabilità dirette nei confronti dei cittadini; imprese e progettisti , come braccio operativo non limitato ad una funzione puramente esecutiva ma creativamente intenzionato a raggiungere obiettivi anche attraverso l’innovazione della propria operatività.

Un saggio riconoscimento dei limiti del campo in cui operiamo dovrebbe ridimensionare l’apporto dell’urbanistica al gigantesco problema del cambiamento climatico, seppure la centralità delle città sia stata ampiamente riconosciuta. Si potrebbe aggiungere che il governo delle città non si esaurisce nell’urbanistica, affermazione altrettanto controversa in relazione alle diverse opinioni espresse sui suoi contenuti. Poiché non è questo l’argomento dei successivi contributi, è opportuno avere una certa apertura mentale, con l’accettazione anche delle visioni innovative in merito, anche perché i terreni innovativi su cui bisogni misurarsi spingono proprio verso ambiti disciplinari inediti.

Il trattamento di una materia inedita pone ai pianificatori problemi di conoscenza e di collaborazione con altri specialismi, attività che incomincia a modificare il linguaggio ed influenza i metodi di lavoro, oltre alle abilità. L’interazione con le scienze naturali non è solamente un flusso di apprendimento, ma anche porre domande provenienti dalle prassi, sempre che la progettazione non si limiti all’apporto ideografico senza confrontarsi con i risultati sul terreno. Nella prima sessione il lettore troverà segni significativi degli sforzi per assorbire le problematiche della transizione nella pianificazione spaziale fortemente innovando la tradizione dell’urbanistica italiana.

Anche le articolazioni sedimentate della pianificazione territoriale sono profondamente investite dai temi ecologici, tanto più quella paesaggistica, la quale già deve tanto a questo settore fin dalla sua riforma galassiana; ma l’aggiornamento non è marginale né superficiale, perché le aree di pregio naturalistico e culturale restano uno dei territori privilegiati in cui è prioritario e di maggior valore portare avanti le modifiche. Qui il futuro deve garantire la sopravvivenza del meglio del passato e la natura meglio conservata; deve indicare la strada del mutamento con esperienze pilota senza rinunciare ad uno sguardo critico.

La dimensione dei problemi climatici inevitabilmente coinvolge l’area vasta la cui pianificazione si è già da tempo confrontata con i temi ecologici ed è stata guida in questa direzione alla pianificazione comunale. Ma il compito finora svolto non è sufficiente e ulteriori avanzamenti sono necessari tanto nell’interpretazione del territorio quanto nella sua organizzazione e trasformazione. Questi argomenti sono toccati nella dodicesima sessione.

Di un certo interesse, se non unificare, almeno è armonizzare i molti esponenti della proliferazione delle pianificazioni, dove il settorialismo prolifera generando confusione, sovrapposizioni e conflitti. Nella nona sessione la resilienza con i diversi tipi di piani, inclusi quelli di ricostruzione, si pongono nella dimensione dell’adattamento ma lo rivendicano come momento di sintesi.

Nella ricerca-azione emerge l’importanza dei soggetti coinvolti. I processi assumono una dimensione multiattoriale e qui si valorizza il ruolo dell’università nella capacità collaborativa di stimolare rapporti interistituzionali, ma anche di trovare legami efficaci con comunità locali secondo relazioni di fiducia e di animazione. Unire la tecnosfera alla sensibilità sociale, e meglio ancora all’iniziativa responsabile delle comunità, costituiscono esperimenti di governance alternativi a modelli tecnocratici o autoritari. Il confronto tra questi percorsi alternativi è importante per l’incidenza sulla direzione che prenderà la transizione, oltre quello che sarà il ruolo delle università.

Non si insiste mai abbastanza sulle responsabilità dei governi locali, per i loro poteri in materia di governo del territorio. Perciò il lettore troverà nella quinta sessione spunti di ripartizione delle competenze funzionali o disfunzionali all’efficace attuazione di questa fase. Non è eccessivo neppure il richiamo all’etica quando i problemi da affrontare hanno un valore per l’intero genere umano e richiamano un comportamento da giudicare secondo una razionalità universale.

Andando un poco più nel dettaglio, si rende necessario fare giustizia della pluri-decennale trascuratezza e marginalità a cui è stato confinata la domanda abitativa. A questo punto diventa necessario comprendere la sua articolazione, profondamente mutata dal periodo d’oro in cui fiorivano le politiche abitative e la società italiana e le sue fragilità erano molto diverse da quella attuale. Si tratta, in altri termini, di comprendere le caratteristiche di quello da tempo dichiarato come diritto del cittadino; e farlo in un momento in cui altrettanto necessario è limitare il consumo di suolo e delle emissioni di gas climalteranti.

Altro argomento specifico è il progetto dello spazio pubblico, luogo centrale della nuova visione della città ecologica, dove natura e società si incontrano. La sua centralità dipende dal ruolo che svolge nella riconoscibilità e connotazione della città; frequentazione di tanti e per diverse funzioni; il legame con la mobilità e tanto altro. Il disegno dello spazio pubblico è responsabilità istituzionale e delle comunità e dovrebbe rappresentare i luoghi deputati attraverso i quali si esercita la politica di trasformazione della città.

Se le politiche energetiche sono quelle a cui si affida il compito più arduo di mitigare il riscaldamento globale, allora fanno anche parte dell’attenzione dei pianificatori perché la loro ricaduta sul territorio non è priva di conseguenze. L’aver avanzato questa preoccupazione ha ottenuto la legge di individuazione delle aree idonee agli impianti di generazione di energia alternativa. Anche altri aspetti sono evidenziati in questa ottava sessione non solo in termini problematici. È altrettanto importante scorgere un ruolo della pianificazione nell’organizzazione delle comunità energetiche. Qui, nella corrispondenza tra cellule sociali e unità territoriali di piano c’è una radice dell’urbanistica.

Infatti, non a caso si insiste sulla centralità della comunità a tutto tondo, considerando i diversi fattori che vi intervengono. Lì si scontrano le esigenze sociali, economiche, energetiche, ambientali. Va costruita una resilienza polivalente, vanno verificati gli impatti delle politiche. Probabilmente il nodo delle maggiori problematiche della transizione, certamente quelle a carattere sociale, risiede proprio delle contraddizioni che sono trattate nell’undicesima sessione.

La questione è di non lasciare indietro o addirittura penalizzare gli ultimi, i più fragili rappresentati nelle comunità urbane. Ci sono anche le marginalità territoriali. Il lettore troverà, forse con sorpresa, come queste aree a cui si pensa prevalentemente come bisognose d’aiuto perché cadute in una crisi apparentemente irreversibile, possano rappresentare delle potenzialità e offrire delle soluzioni a problemi che impattano sul clima.

Pubblicato il 15 ottobre 2026