Il consolidamento della nozione di “territorio storico” è il risultato del processo di ampliamento del concetto di patrimonio, che si realizza per fasi successive nel corso del ’900 e che si applica alle soglie temporali di ciò che può essere considerato storico, ma riguarda, al tempo stesso, la natura e la scala dell’oggetto preso in esame, attraverso un progressivo allargamento di campo dal monumento al centro storico, al territorio.
Il secondo dopoguerra, caratterizzato da cicli di crescita intensi e da violenti effetti secondari, è un momento cruciale di elaborazione critica e teorica su questi temi. Le ricadute di quella che Eugenio Turri definisce come la “grande trasformazione” incoraggiano la cristallizzazione dei concetti di centro storico prima, e di territorio storico poi; entrambi apparentemente focalizzati sull’eredità del passato, ma in realtà attuali e proattivi, perché capaci di coinvolgere tale eredità nelle dinamiche di sviluppo in corso.
La nozione di territorio storico, in particolare, si perfeziona in dialogo con quella di “paesaggio storico”, pur senza coincidere con essa. Il riconoscimento del valore del territorio quale “immenso deposito di fatiche”, come già scriveva Carlo Cattaneo in Agricoltura e Morale (1845), è un’acquisizione della seconda metà del secolo scorso, che emerge all’incrocio di ricerche parallele condotte nei campi della storia del paesaggio, della storia urbana e della geografia. La Storia del paesaggio agrario italiano di Emilio Sereni (1961) rappresenta la prima trattazione complessiva dei legami tra i territori e le trasformazioni socio-economiche del Paese. Un decennio più tardi, Lucio Gambi pubblica il saggio Una geografia per la storia (1973), testimonianza compiuta della sua interpretazione della relazione tra l’uomo e il suo ambiente. Negli anni ’80, mentre André Corboz descrive il territorio come palinsesto (1983) sottolineandone la stratificazione, l’interdipendenza tra i suoi livelli e il valore di testimonianza di civiltà, in Italia è ancora Gambi a dirigere la collana Guida ai centri minori (1983, 1984, 1985), edita dal Touring Club Italiano. Il titolo è fuorviante perché si tratta, in realtà, di una raccolta di colti saggi specialistici, scritti da accademici e intellettuali, da cui emerge il ritratto inedito di un’Italia non monumentale, ma storica, in cui i ’centri minori’ sono presentati come gangli ed epifenomeni della storicità dei rispettivi territori.
Il quadro normativo e legislativo italiano recepisce questo dibattito, seppur con molte resistenze e contraddizioni, mettendo progressivamente in discussione la concezione puramente estetica del paesaggio contenuta nella Legge Bottai del 1939. Significativa, su questo piano, è la definizione di “beni culturali” data dalla Commissione Franceschini del 1964-1967, che considera “tutti i beni che costituiscano testimonianza materiale avente valore di civiltà”.
La Legge Galasso approvata nel 1985, in un contesto politico ed economico cambiato e caratterizzato da una minore pressione, fa sintesi di consapevolezze giunte ormai a maturazione. Come scrive Augusto Cagnardi su Casabella nel 1985, con questo provvedimento “la tutela del paesaggio supera la tradizionale e ristretta concezione della difesa dei valori dell’estetica, facendo perno sul razionale assetto dei suoli e sulla razionale conservazione delle risorse naturali”.
Cinque anni più tardi, l’Associazione Nazionale Centri Storico-Artistici mette a punto un documento che registra e legittima la centralità della nozione di territorio storico nel dibattito urbanistico e politico. Trent’anni dopo la prima Carta di Gubbio (1960) che aveva come oggetto il centro storico, la nuova Carta (1990) ne amplia e rielabora le riflessioni. Il centro storico è considerato “il nodo di una struttura insediativa più ampia, interpretata nel suo secolare processo di formazione, [che] deve essere individuata come ‘territorio storico’, espressione complessiva dell’identità culturale e soggetto quindi in tutte le sue parti (città esistente e periferie, paesaggi edificati, territorio rurale) di un’organica strategia d’intervento”.
Negli ultimi decenni, numerosi documenti hanno confermato l’importanza della nozione di “territorio storico”, fornendone di volta in volta definizioni specifiche e invocando strategie atte alla sua protezione e al suo sviluppo. Si citano a titolo di esempio, la Convenzione europea del paesaggio (2000), il Codice dei beni culturali e del paesaggio (2004) e le Raccomandazioni sul paesaggio storico urbano (Unesco 2011).
Negli ultimi anni, il concetto si è evoluto anche grazie alla riflessione di Alberto Magnaghi, per il quale il territorio non è solo un deposito di segni del passato, ma un organismo vivente caratterizzato da un proprio “statuto” da leggere e interpretare in un progetto territoriale capace di prendersi cura dell’insieme dei beni comuni (fiumi, boschi, terre agrarie, nuclei antichi, monumenti…).
Si può concludere che il “territorio storico” rappresenta oggi un ambito connotato dallo stratificarsi di fattori fisici e culturali, attraverso i quali si esprime l’identità delle comunità umane che lo vivono e lo trasformano. Esso non si limita alla tutela degli insediamenti storici e ambientali, ma li inserisce in una rete di relazioni (eco)sistemiche, materiali e immateriali, indispensabili per ricomporre territori oggi polarizzati tra fenomeni di metropolizzazione e dinamiche di abbandono.