Urbanistica INFORMAZIONI

La conquista progressista di un diritto fondamentale

Dal suffragio alla città dei servizi

L’80° anniversario del 1946, anno in cui le donne italiane esercitano pienamente il diritto di voto nelle consultazioni decisive per la nascita della Repubblica, offre l’occasione per ripensare la cittadinanza non solo come appartenenza politica ma come insieme di condizioni materiali che rendono effettivo l’accesso ai diritti. La conquista del suffragio, formalizzata nelle norme elettorali del 1946, inaugura infatti una fase in cui la presenza delle donne nel dibattito pubblico, nello spazio urbano e nelle istituzioni rende più visibile – e politicamente negoziabile – la domanda di servizi, infrastrutture sociali e qualità dell’abitare.
In questo senso, l’urbanistica del secondo dopoguerra può essere letta anche come campo di ’risposta istituzionale’ alle istanze di welfare urbano e sociale: la domanda di servizi (scuole, attrezzature collettive, verde, spazi di relazione, accessibilità) entra progressivamente nella grammatica della pianificazione fino a essere codificata (12 anni dopo) in una metrica minima e inderogabile con il Dm 1444/1968, che stabilisce i rapporti massimi tra insediamenti e spazi pubblici riservati alle attività collettive, al verde e ai parcheggi.
In proposito si intende provare a costruire un ragionamento genealogico che colleghi: il suffragio femminile come ampliamento della cittadinanza politica; la trasformazione del ruolo delle donne nella società italiana del dopoguerra (lavoro, cura, tempi di vita, accesso ai servizi); la formalizzazione di un ’diritto ai servizi’ nella pianificazione urbanistica, culminata nel Decreto 1444/1968. Va precisato che non si intende sostenere che il Decreto ’derivi’ meccanicamente dal voto alle donne ma che il suffragio e l’organizzazione sociale e politica delle donne abbiano contribuito a creare (oltre che la ’domanda’) le condizioni culturali e politiche per rendere esigibile – anche in forma tecnica – una parte della cittadinanza urbana.

Cittadinanza sostanziale e standard: due chiavi interpretative

Due passaggi concettuali paiono utili per inquadrare il nesso tra suffragio e standard urbanistici. In primis va considerato che se il diritto di voto abilita rappresentanza e partecipazione, la sua efficacia sociale dipende dalla possibilità di incidere su priorità e risorse collettive. Nel dopoguerra italiano, la ricostruzione e la modernizzazione dell’apparato pubblico investono direttamente le condizioni dell’accessibilità all’abitare e ai servizi: scuole, verde, spazi collettivi e mobilità diventano componenti decisive del welfare territoriale. In questo quadro, l’allargamento della cittadinanza politica alle donne porta in primo piano una domanda di città legata ai tempi di vita, al lavoro, alle attività di cura e alla prossimità delle dotazioni.
In aggiunta, gli standard urbanistici vanno assunti come ’traduzione tecnica’ di un diritto ai servizi. Il Dm 1444/1968 è notoriamente considerato un dispositivo tecnico-normativo di controllo dell’espansione urbana e garanzia minima di dotazioni. Di esso va anche sottolineata la forte valenza politico-sociale: introduce una soglia inderogabile che limita la discrezionalità locale e impone di considerare le aree su cui realizzare ed erogare servizi come parte costitutiva dei diritti di cittadinanza da garantire obbligatoriamente tramite la pianificazione urbanistica, anch’essa resa obbligatoria dalla emanazione della L 765/1967. Gli standard rappresentano, dunque, un modo – imperfetto ma potente – di trasformare la domanda sociale in tecnica urbanistica: una sorta di ’soglia minima’ della città pubblica.

Genealogia 1946-1968: donne, vita quotidiana, diritto ai servizi, anticipazioni

La genealogia del passaggio 1946-1968 che si intende focalizzare non va intesa come sequenza lineare ma come convergenza di fattori: trasformazioni socioeconomiche, dibattito urbanistico, politiche pubbliche e mobilitazioni sociali. In questo intreccio, la domanda di servizi urbani si può leggere anche attraverso la lente delle pratiche di donne e della vita quotidiana, ossia di un’esperienza sociale che rende evidente la centralità delle dotazioni di prossimità e l’organizzazione dei tempi urbani (Renzoni 2014). La costruzione di una ’città dei servizi’ non è soltanto esito di un’evoluzione disciplinare interna all’urbanistica o delle lotte contro la rendita urbana ma anche di una politicizzazione della vita quotidiana: i bisogni legati alla cura, all’educazione, alla riproduzione sociale e alla gestione dei tempi (spesso gravanti sulle donne), lo stesso diritto alla casa (in parte conseguito con la Legge 167/1962), [1] diventano terreno di rivendicazione e, progressivamente, di codificazione.
Un tassello importante di questa genealogia – spesso richiamato come esperienza ’anticipatrice’ rispetto al lessico successivo dei servizi e delle dotazioni – è rappresentato dal progetto olivettiano a Ivrea e nel Canavese, dove Adriano Olivetti sperimenta fin dagli anni ’40 e ’50 un modello integrato di impresa, welfare, comunità e territorio. In quella prospettiva, la qualità dell’abitare e dell’ambiente di vita non è considerata esterna alla produzione ma condizione della dignità del lavoro e della cittadinanza sociale. [2] Gli interventi sociali promossi dall’azienda – inclusi servizi e dispositivi di supporto alla conciliazione tra lavoro e cura – incidono in modo significativo anche sulla condizione delle donne lavoratrici, rendendo visibile il nesso tra organizzazione del lavoro, tempi di vita e infrastrutture sociali (asili, servizi di prossimità, attrezzature collettive, spazi per la riproduzione quotidiana e la cultura) quale condizione stessa dei diritti delle donne. [3]
In termini urbanistici, l’esperienza di Ivrea può essere letta come una prefigurazione di ciò che, nel decennio successivo, diventerà progressivamente oggetto di codificazione pubblica: l’idea che i servizi non siano un accessorio ’a valle’ della realizzazione dell’edificato ma una componente strutturale della qualità insediativa urbana e della giustizia sociale in cui coinvolgere e responsabilizzare l’impresa. In questa chiave, l’esperienza olivettiana non coincide con un modello di standard urbanistici in senso stretto ma contribuisce a consolidare – in forma concreta e localizzata – una cultura del welfare socio-territoriale che aiuta a comprendere come, nel passaggio 1946-1968, la domanda di servizi legata alla vita quotidiana (e in particolare al lavoro femminile e di cura) possa e debba trovare riconoscimento anche nella strumentazione della pianificazione. L’esperimento olivettiano si dispiega “senza la precisa volontà di conseguire un disegno rigido e unitario prefigurato, bensì modellandosi continuamente per mettere in pratica un processo concreto di trasformazione territoriale della società, basato su nuovi valori democratici” (Galuzzi 2023: 30).
Questa ’anticipazione’ locale non sostituisce la successiva formalizzazione nazionale ma ne richiama la matrice: la trasformazione dei bisogni quotidiani in diritti urbani avrebbe richiesto, prima o poi, una traduzione istituzionale capace di renderli rivendicabili e concretamente applicabili a livello nazionale, come avverrà con la Legge ponte del 1967 e con il Dm 1444/1968.
In questa traiettoria, un ruolo specifico va attribuito anche alle organizzazioni femminili e, in particolare, all’Udi (Unione donne italiane) e al Cif (Centro italiano femminile), come attori capaci di legare diritti e condizioni materiali dell’abitare, contribuendo a costruire un lessico e una domanda pubblica attorno alla necessità di servizi urbani e spazi collettivi (Rossi Doria 1996). Il punto che si intende sottolineare è che l’ampliamento della cittadinanza politica (suffragio) abbia reso socialmente più ’udibile’ e istituzionalmente più ’negoziabile’ questa domanda: il diritto di voto certamente non ha prodotto gli standard ma ha concorso a creare le condizioni per cui la questione dei servizi urbani entrasse nel conflitto democratico e nelle politiche pubbliche.
Il passaggio normativo del 1968 è, in tal senso, un atto di formalizzazione: il Dm 1444/1968 stabilisce che, nella formazione o revisione degli strumenti urbanistici, debbano essere rispettati rapporti massimi tra insediamenti residenziali, produttivi, terziario-commerciali e spazi pubblici riservati a diritti costituzionalmente fondamentali come istruzione, salute, assistenza, al verde pubblico, attività collettive e ai parcheggi. Pur con tutti i limiti noti [4] tale quantificazione è cruciale perché produce un effetto di esigibilità minima: rende misurabile una parte della qualità urbana e dunque la rende potenzialmente oggetto di controllo e rivendicazione.

Leggere il nesso tra i due momenti

Letto nel prisma 1946-1968, il Dm 1444 emerge come un dispositivo ambivalente. Da un lato, gli standard fissano una soglia non negoziabile di città pubblica, riducono l’arbitrarietà locale e rendono servizi e spazi collettivi una componente minima della cittadinanza urbana. Dall’altro, la parametrizzazione in mq/abitante rischia di ridurre bisogni complessi a una griglia quantitativa, producendo dotazioni formalmente ’in regola’ ma poco accessibili o mal localizzate: la qualità dell’abitare dipende certamente anche da prossimità, tempi urbani e capacità di rispondere ai bisogni di soggetti diversi.
Oggi, nell’epoca di rigenerazione, densificazione e cambi d’uso, questa genealogia invita a non ridurre gli standard a mero adempimento ma a rilanciarli come garanzia, aggiornandoli in chiave prestazionale (accessibilità, prossimità, qualità).
Ottant’anni dopo, leggere il suffragio femminile come apertura di un processo in cui la cittadinanza politica si intreccia con cittadinanza e comunità urbana sottolinea come la trasformazione del ruolo delle donne nella società del dopoguerra e la politicizzazione dei bisogni della vita quotidiana abbiano reso centrale la questione dei servizi e delle dotazioni collettive. L’azione dei movimenti e delle organizzazioni femminili contribuisce a costruire una domanda pubblica che l’urbanistica e lo Stato, nel clima riformista di fine anni ’60 e inizio anni ’70, traducono in un dispositivo normativo minimo quale è il Dm 1444. In questa prospettiva, gli standard non sono soltanto una tecnica di piano: sono anche la formalizzazione – imperfetta ma decisiva – di un’idea di città come infrastruttura di diritti. La sfida odierna, coerente con quella genealogia, non è abbandonare gli standard, ma aggiornarne l’impianto affinché la città dei servizi sia misurabile non solo in quantità, ma anche in qualità, cioè nelle condizioni concrete che rendono effettivi i diritti nella vita quotidiana.

[1Successivamente il diritto alla casa sarà sostenuto con la L 865/1971 e alcuni anni dopo anche con le Leggi 457 e 392 del 1978.

[2A Ivrea, nel 1962, lavoravano oltre 3.300 donne nei reparti di produzione, assemblaggio e uffici, con la stessa retribuzione degli uomini. Il modello praticato includeva un sistema di assistenza pionieristico: 9 mesi di congedo per maternità retribuiti al 100%; asili nido e strutture per i figli dei lavoratori, per supportare le madri lavoratrici; servizi sanitari, biblioteche, mense e attività culturali.

[3Si veda: “Donne in Olivetti”, Archivio storico Olivetti (https://www.archiviostoricolivetti.it/donne-in-olivetti/).

[4Fra i più noti limiti tecnici da superare vi è il fatto che gli standard sono stati pensati dal legislatore del 1968 per gli abitanti “esistenti e previsti” dal piano: oggi è, invece, evidente la crescente importanza della popolazione non residente della città contemporanea: un’altra leva che scardina le modalità di funzionamento della città tradizionale.

Riferimenti bibliografici

Galuzzi P. (2023), “Ivrea e Olivetti: il futuro di un discorso comunitario?”, Urbanistica Informazioni, no. 300, p. 28-33.
Renzoni C. (2014), “Welfare al femminile. Associazionismo progettuale e servizi pubblici negli anni del miracolo”, Territorio, no. 69, p. 48-53.
Rossi Doria A. (1996), Diventare cittadine: il voto alle donne in Italia, Giunti, Firenze.

Pubblicato il 5 aprile 2026