Urbanistica INFORMAZIONI

La città contemporanea e l’anomalia digitale

Tornare oggi a trattare della questione urbana non è soltanto utile: è addirittura necessario. In un articolo precedente, pubblicato solo due mesi fa in questa stessa Rivista (Talia 2026), ho cercato di mettere in evidenza come le trasformazioni che stanno investendo le città e i territori del nostro Paese non possano più essere affrontate come una sommatoria di emergenze settoriali, ma richiedano una visione complessiva e una rinnovata capacità di governo.
Pur in un tempo così breve il tema ha acquistato ulteriore centralità, e l’iniziativa promossa dall’Istituto nazionale di urbanistica per la redazione di un Libro bianco sulla questione urbana e per il varo di un’Agenda urbana nazionale può contribuire a riportare la dimensione urbana al centro delle politiche del Paese. È un percorso che ha già raccolto l’adesione di un ampio e significativo arco di soggetti – Anci, Ancsa, Asvis, Censu, Cnappc, Cresme, Inarch, Italia Nostra, Legacoop Abitanti, Legambiente e Uisp – e che segnala l’esigenza, ormai largamente avvertita, di superare la frammentazione delle politiche pubbliche, riconoscendo alle città e ai territori un ruolo decisivo nelle strategie di sviluppo nazionale.
È dunque a partire da questa consapevolezza che vale la pena riprendere il filo del nostro ragionamento. Non per ribadire quanto già detto, ma per compiere un ulteriore passo in avanti e interrogarsi sulle condizioni, sugli strumenti e sulle responsabilità oggi necessari per fare in modo che la questione urbana diventi un’autentica priorità dell’azione politica nazionale.

L’impatto della rivoluzione tecnologica sulla società urbana e la struttura della città

La rimozione della questione urbana dal dibattito pubblico non ha coinciso con una riduzione della sua importanza. Al contrario, proprio mentre popolazione, attività economiche e ricchezza continuano a concentrarsi nei sistemi urbani, le città sono attraversate da trasformazioni profonde, in una fase segnata dalla debole crescita economica, dal declino demografico, dall’invecchiamento della popolazione, dalla transizione ecologica e digitale, e dalla riconfigurazione dei sistemi produttivi.
Ciò che è cambiato è soprattutto il modo in cui queste trasformazioni si manifestano. Nella seconda metà del ’900 l’intensità dei processi di urbanizzazione rendeva immediatamente riconoscibili gli effetti spaziali dei mutamenti economico-sociali ed esercitava una pressione evidente sul territorio, che richiedeva l’intervento della politica, delle istituzioni e della stessa pianificazione.
Oggi il rapporto tra trasformazione sociale e modificazione dello spazio appare più complesso. Le tecnologie digitali intervengono sui modi di lavorare, consumare, comunicare e produrre senza richiedere necessariamente nuovi edifici, infrastrutture o radicali alterazioni della morfologia urbana. Una parte rilevante della trasformazione avviene all’interno degli spazi esistenti, modificandone funzioni, tempi d’uso, valori e relazioni con il territorio.
La rivoluzione digitale non costituisce ad esempio solo una componente della trasformazione urbana. Essa modifica contemporaneamente le forme del lavoro, i rapporti economici, i comportamenti individuali e collettivi e i meccanismi attraverso i quali si costruiscono le relazioni sociali. Soprattutto, rende meno immediatamente leggibili le loro conseguenze territoriali.
Il problema non consiste soltanto nel capire come la digitalizzazione stia trasformando la città, ma nel comprendere perché una parte di questi cambiamenti sfugga alle categorie attraverso le quali siamo abituati a osservare e governare il territorio. Se in passato la trasformazione economica e sociale tendeva a produrre una corrispondente modificazione fisica dello spazio urbano, negli ultimi anni una quota significativa dei cambiamenti avviene sotto traccia e si manifesta attraverso flussi, piattaforme, relazioni a distanza e una crescente sovrapposizione di funzioni all’interno degli spazi e dei volumi esistenti.
È proprio questo slittamento che rende attuale la riflessione di Franco Farinelli sulla crisi della ragione cartografica, e sulla necessità di sostituire le vecchie forme della rappresentazione. La questione, nella sua prospettiva, non è la scomparsa dello spazio fisico, ma la crisi del modello spaziale attraverso il quale la modernità ha cercato di ordinare e rappresentare il funzionamento del mondo (Farinelli 2024).
La questione urbana rischia così di diventare meno visibile proprio nel momento in cui acquista una nuova complessità. Questa è probabilmente una delle ragioni per cui la rivoluzione digitale merita di essere considerata non soltanto come una componente della transizione urbana, ma come una chiave interpretativa della sua condizione attuale.

Il paradosso della città invisibile

Se la questione urbana non è scomparsa, ma ha perso centralità, occorre chiedersi quali siano le ragioni di questa apparente contraddizione. La frammentazione delle politiche, la debolezza della programmazione nazionale e l’assenza di un’Agenda urbana nazionale spiegano certamente una parte del problema, ma non sembrano esaurirne la portata.
Una difficoltà ulteriore deriva dalla natura delle trasformazioni in corso. In un Paese caratterizzato da crescita economica debole, declino demografico e invecchiamento della popolazione, una parte significativa dei cambiamenti non coincide con l’espansione degli insediamenti. Le città possono modificarsi profondamente senza crescere in superficie e senza registrare un aumento significativo del patrimonio edilizio. Cambiano le funzioni degli edifici, i tempi d’uso degli spazi, le modalità di accesso ai servizi, le relazioni tra luoghi della produzione e luoghi della residenza, le forme della mobilità e quelle del consumo.
La diffusione delle tecnologie digitali accelera questa trasformazione. Una piattaforma può modificare il mercato degli alloggi senza costruire un edificio; il lavoro a distanza può ridefinire l’organizzazione delle attività senza trasferire necessariamente uffici o stabilimenti; il commercio elettronico può innovare acquisti e logistica urbana senza produrre, almeno inizialmente, una nuova forma urbana; i servizi digitali possono sostituire o integrare attività storicamente legate a determinati ambienti urbani.
Il mutamento avviene quindi, in molti casi, nella città esistente anziché attraverso la sua espansione e, proprio per questo, può risultare difficile da riconoscere. Il problema non è che le trasformazioni siano meno profonde rispetto al passato, ma che una parte dei loro effetti non possiede più una corrispondente evidenza fisica.
Ne deriva un evidente paradosso. Proprio mentre la città continua a essere il luogo in cui si concentrano alcune delle trasformazioni più importanti della società, essa appare meno riconoscibile come problema politico. La riduzione dell’evidenza fisica può essere scambiata per il venir meno della necessità di governo.
È invece esattamente il contrario. La transizione digitale non attenua necessariamente gli effetti del declino urbano sulla forma delle città, ma rende più complessa la relazione tra società e spazio. Gli effetti sul territorio non scompaiono, ma diventano più indiretti, diffusi e difficili da analizzare. La pressione sul mercato della casa, la ridefinizione del lavoro, la trasformazione del commercio e della mobilità producono effetti che attraversano simultaneamente luoghi, reti e piattaforme. La dimensione digitale non sostituisce quindi quella fisica, ma vi si sovrappone, modificandone il funzionamento.
Sono fenomeni che non possono essere compresi separatamente, perché sono riflettono una trasformazione integrata della società urbana, nella quale la dimensione digitale si intreccia sempre più strettamente con quella fisica. Il punto, pertanto, non è stabilire se la città stia diventando ’digitale’, né ricondurre questo processo al modello patinato della smart city. Occorre piuttosto capire in che modo le nuove tecnologie stiano modificando la natura stessa dei problemi urbani e, di conseguenza, le modalità attraverso cui essi vengono riconosciuti, interpretati e governati.

L’anomalia digitale e l’invisibilità della trasformazione urbana

Per comprendere la portata di questa anomalia è utile tornare al legame tra le trasformazioni economiche, sociali e urbane che ha costituito uno dei presupposti fondamentali della cultura urbanistica del secondo ’900. Secondo Bernardo Secchi, tale rapporto rappresentava uno degli elementi caratterizzanti della problematica urbana, per cui ogni grande trasformazione della struttura economica e sociale ha finito per delineare nuove forme e nuove tensioni nel rapporto tra società e città, rendendo necessario un adeguamento delle forme di governo territoriale e urbano (Secchi 2013).
L’esperienza italiana del secondo dopoguerra sembrava confermare questa interpretazione. Crescita economica, industrializzazione, inurbamento e diffusione della società dei consumi producevano trasformazioni territoriali di tale intensità da rendere evidente la necessità di nuovi strumenti di intervento pubblico. La pressione abitativa, la domanda di servizi, la congestione, l’espansione periferica e il consumo di suolo costituivano manifestazioni concrete di processi economici e sociali più profondi.
Oggi questo rapporto non si è dissolto, ma si è fatto meno immediato. Le nuove tecnologie consentono infatti di separare attività che in precedenza dovevano svolgersi nello stesso luogo e, al stesso tempo, di sovrapporre funzioni differenti all’interno dei medesimi spazi. La distanza non scompare, ma perde parte del suo ruolo come principio ordinatore delle relazioni economiche e sociali. Un’attività può essere coordinata a distanza, un servizio erogato senza compresenza, un’abitazione utilizzata anche come luogo di lavoro e un’attività professionale svolta per un’impresa collocata in un altro sistema urbano. Non ne consegue evidentemente la previsione della scomparsa dello spazio materiale come fattore decisivo della organizzazione della vita urbana, quanto piuttosto l’indicazione della crisi di una determinata forma di spazio: quella fondata sulla distanza metrica, sulla continuità e sulla possibilità di ricondurre le relazioni a una rappresentazione ordinata sul piano (Farinelli 2009: 164).
Si indebolisce così l’assunto secondo cui una grande trasformazione economica e sociale debba produrre una corrispondente trasformazione visibile della città. La centralità urbana, di conseguenza, non può più essere misurata soltanto attraverso edifici, abitanti o superfici. Dipende anche dalla capacità di concentrare e mettere in relazione conoscenze, competenze, infrastrutture, servizi, imprese e reti che operano contemporaneamente nello spazio fisico e in quello digitale. La città continua quindi a essere un luogo, ma la sua capacità di organizzare relazioni dipende sempre più dalla rete nella quale è inserita.
È questo il punto nel quale l’anomalia digitale assume una rilevanza propriamente politica. La difficoltà non riguarda più soltanto la visibilità delle trasformazioni, ma la capacità di individuare dove e come si formano oggi interessi, disuguaglianze, conflitti e domande collettive. Se una parte crescente delle dinamiche urbane nasce dall’interazione tra luoghi fisici, reti e piattaforme, anche il campo del governo urbano deve necessariamente allargarsi.
La sfida per la pianificazione non consiste quindi soltanto nell’adeguare i propri strumenti a trasformazioni meno visibili. Consiste nel comprendere quali nuove relazioni tra spazio, società e tecnologia debbano diventare oggetto di governo. È su questo terreno che l’anomalia digitale può trasformarsi da fattore di opacità della questione urbana in un’occasione per ridefinirne contenuti, strumenti e responsabilità pubbliche.

La smaterializzazione del conflitto sociale e la nuova economia delle piattaforme

Se nella città fordista il conflitto sociale possedeva una precisa consistenza topografica e si cristallizzava in luoghi deputati – la fabbrica, il quartiere operaio, le piazze delle rivendicazioni per i consumi collettivi – l’avvento della società digitale ha profondamente modificato la geografia delle tensioni urbane. L’anomalia risiede nel fatto che l’innovazione tecnologica non elimina le disuguaglianze e le condizioni di sfruttamento, ma tende a rendere meno riconoscibili i luoghi di manifestazione e le possibilità di ricomposizione collettiva, traducendo una parte della conflittualità in una dimensione più atomizzata e diffusa.
Una componente importante di questa trasformazione riguarda il ruolo assegnato alle grandi piattaforme digitali. Gli operatori del delivery, della mobilità e dell’ospitalità a breve termine intervengono sui territori attraverso modelli economici fondati sull’intermediazione digitale, utilizzando dati, reti di utenti e infrastrutture urbane già esistenti. Una parte del valore prodotto dalle attività che essi organizzano e coordinano può essere concentrata al di fuori dei territori nei quali tali attività si svolgono, mentre costi ed effetti sulle infrastrutture, sulla mobilità, sul mercato della casa e sui servizi urbani ricadono in misura rilevante sulle comunità locali.
Non si tratta soltanto di una questione economica. La diffusione delle piattaforme modifica infatti i rapporti tra attività economiche e territorio, introducendo forme di organizzazione capaci di operare contemporaneamente a scale molto diverse. Una piattaforma globale può intervenire direttamente sulle pratiche quotidiane di un quartiere, influenzando il mercato degli alloggi, la mobilità, i modelli di consumo e l’organizzazione del lavoro, pur mantenendo altrove i principali centri decisionali.
Si pensi al mercato della casa. Piattaforme globali come Airbnb possono sottrarre quote significative di patrimonio alla locazione a lungo termine, alimentando processi di trasformazione del mercato abitativo e contribuendo alla pressione sui prezzi e all’espulsione degli abitanti. A differenza degli sventramenti ottocenteschi o delle trasformazioni fondiarie del secondo dopoguerra, questi processi si sviluppano spesso attraverso una moltitudine di decisioni individuali e di modificazioni puntuali. La trasformazione può quindi essere rilevante senza alterare immediatamente l’immagine della città.
La crescente difficoltà di accesso alla casa tende così a manifestarsi attraverso traiettorie individuali: giovani che rinunciano a vivere nei quartieri centrali, famiglie che si spostano verso aree più periferiche, lavoratori che accettano tempi di pendolarismo crescenti, competenze che abbandonano le città nelle quali il costo dell’abitazione non è più compatibile con i redditi disponibili. Fenomeni diversi concorrono dunque a modificare la struttura sociale e spaziale dei sistemi urbani senza necessariamente produrre trasformazioni fisiche altrettanto evidenti.
Allo stesso modo, la diffusione del lavoro a distanza e della gig economy modifica la stessa esperienza della comunità dei lavoratori. La casa può diventare contemporaneamente luogo della vita familiare, spazio di lavoro, ambiente per la formazione e punto di accesso a servizi e mercati. Il rapporto tradizionale tra luogo di residenza e luogo di lavoro si fa più articolato, mentre la separazione tra tempi e spazi della produzione e della riproduzione sociale diventa meno netta.
In questo nuovo contesto, anche le forme della rappresentanza e del conflitto tendono a modificarsi. Senza più la concentrazione quotidiana nella fabbrica o nell’ufficio condiviso, una parte delle condizioni di lavoro viene sperimentata individualmente e mediata da sistemi digitali che organizzano tempi, prestazioni, valutazioni e rapporti con i committenti. Il disagio prodotto da queste condizioni può quindi rimanere più facilmente confinato nella dimensione individuale, senza riuscire a tradursi in una domanda collettiva immediatamente riconoscibile.
La politica e le istituzioni possono essere indotte a sottovalutare la portata della trasformazione proprio perché essa non produce necessariamente grandi modificazioni fisiche dello spazio urbano. Ma la mancanza di una trasformazione morfologica evidente non significa affatto che gli effetti territoriali siano assenti.
Al contrario, proprio la natura diffusa e poco visibile di questi processi rende necessario rafforzare la capacità pubblica di osservarli, interpretarli e governarli. Le amministrazioni locali devono poter disporre di informazioni, strumenti e competenze adeguati per comprendere l’impatto territoriale delle piattaforme e delle nuove modalità di organizzazione del lavoro e dei consumi. E, soprattutto, devono poter contare su un quadro nazionale capace di coordinare politiche che superano inevitabilmente i confini amministrativi dei singoli enti.
La dimensione digitale non elimina dunque la necessità di una politica urbana. La rende, semmai, più complessa e più urgente. Proprio perché una parte crescente dei conflitti e delle trasformazioni si sviluppa attraverso reti, piattaforme e relazioni a distanza, diventa necessario ricostruire una capacità pubblica di collegare ciò che appare separato: il funzionamento delle piattaforme e il mercato della casa, il lavoro digitale e il welfare urbano, la logistica e la mobilità, i dati e la pianificazione, le trasformazioni economiche globali e i loro effetti sui territori.
In questa prospettiva, la questione non consiste nel contrapporre lo spazio fisico allo spazio digitale. Si tratta piuttosto di riconoscere che i due livelli sono ormai strettamente intrecciati e che la qualità della città dipende sempre di più dalla capacità delle istituzioni di governare le relazioni che li collegano.

Riferimenti bibliografici

Farinelli F. (2009), La crisi della ragione cartografica, Torino, Einaudi.
Farinelli F. (2024),Il paesaggio che ci riguarda, Roma, Touring Club Italiano.
Secchi B. (2013),La città dei ricchi e la città dei poveri, Roma-Bari, Laterza.
Talia M. (2026), “La questione urbana e il futuro del Paese”, Urbanistica Informazioni, no. 327, p. 7-9.

Pubblicato il 21 settembre 2026