La contemporaneità presenta un paradosso sempre più evidente, mai come oggi le società hanno avuto a disposizione una quantità tanto ampia di informazioni sulle conseguenze delle proprie scelte. Conosciamo con crescente precisione le cause del cambiamento climatico, i processi di perdita della biodiversità, le dinamiche del consumo di suolo, gli effetti sanitari dell’inquinamento, l’incremento delle disuguaglianze e la dipendenza del benessere umano dalla qualità degli ecosistemi, cause e dati del deserto demografico. Disponiamo di sistemi satellitari, banche dati territoriali, modelli climatici, indicatori sociali, studi epidemiologici, valutazioni economiche e scenari previsionali. Sappiamo quali gruppi sociali e quali territori siano maggiormente esposti ai rischi. Conosciamo molte delle politiche che sarebbero necessarie per ridurre le emissioni, proteggere gli ecosistemi, migliorare la salute e contrastare le disuguaglianze.
Eppure, le risposte pubbliche rimangono frammentarie, tardive e insufficienti rispetto alla portata dei fenomeni. Le emissioni continuano ad aumentare, gli obiettivi internazionali su sostenibilità e biodiversità vengono ripetutamente mancati e i sistemi economici restano poveri di politiche esplicite e mirate e scarsamente allineati al benessere sostenibile delle persone e del pianeta. Come osservano Costanza et al. (2026) questo persistente divario tra conoscenza e attuazione indica che gli ostacoli alla transizione non sono più prevalentemente cognitivi: sono soprattutto istituzionali, politici e distributivi.
Il problema, in altri termini, non consiste soltanto nel produrre nuove conoscenze ma consiste nel riuscire intanto a sapere e voler usare quelle già disponibili per il bene delle persone.
In proposito vanno considerati almeno tre aspetti: il primo è la produzione della conoscenza: osservare i fenomeni, raccogliere dati, formulare diagnosi e costruire scenari. Il secondo riguarda la loro interpretazione pubblica: stabilire quali conoscenze siano rilevanti, per chi e rispetto a quali obiettivi. Il terzo fa riferimento al sistema delle decisioni: tradurre le evidenze disponibili in priorità, risorse, regole, programmi, progetti e interventi.
È soprattutto tra il secondo e il terzo aspetto che si produce l’attuale grave crisi di efficacia. Le informazioni possono essere scientificamente solide e tuttavia rimanere politicamente inerti. Possono documentare un rischio senza modificare le scelte di investimento; dimostrare una disuguaglianza senza generare una politica redistributiva; misurare la perdita di servizi ecosistemici senza incidere sulle decisioni riguardanti l’uso del suolo.
La conoscenza non si trasforma automaticamente in azione. Per diventare operativa deve attraversare istituzioni, conflitti, interessi economici, culture amministrative e rapporti di potere e di forza. La distanza fra ciò che sappiamo e ciò che facciamo è uno spazio tutt’altro che vuoto: è un campo soprattutto politico.
Il quadro delineato dagli Obiettivi di sviluppo sostenibile è emblematico. L’Agenda 2030 ha rappresentato un significativo avanzamento nella comprensione delle relazioni fra ambiente, società ed economia, riconoscendo che povertà, salute, istruzione, città, clima, biodiversità, istituzioni e disuguaglianze non possono essere affrontati come settori indipendenti.
Il fatto che soltanto il 17% dei target risultasse sulla traiettoria prevista nel rapporto Onu del 2024 (United Nations 2024) non può tuttavia essere interpretato come una semplice lentezza esecutiva. Alcuni autori (Pickett et al. 2026) sostengono che tale scarto riveli contraddizioni più profonde nel paradigma dello sviluppo: non è sufficiente attuare più rapidamente le politiche esistenti, se le finalità generali e i comportamenti del sistema rimangono fondati sull’espansione indefinita della produzione e dei consumi.
Il fallimento non riguarda quindi solo la distanza tra conoscenza, obiettivi e risultati. Riguarda la coesistenza di obiettivi difficilmente conciliabili: da un lato, la tutela degli ecosistemi, la riduzione delle disuguaglianze e il miglioramento della salute; dall’altro, l’assunzione della crescita economica continua e della competitività come condizioni generali e non negoziabili delle politiche pubbliche.
Non si tratta di negare la necessità di produrre beni, servizi, infrastrutture e opportunità economiche ma di chiedersi quali attività debbano crescere, quali debbano ridursi, quali debbano essere trasformate e secondo quali criteri debbano essere distribuiti i loro benefici e i loro costi, per quali esplicite e condivise finalità.
Una società può avere bisogno di più servizi sanitari, istruzione, edilizia accessibile, trasporto pubblico, lavoro non povero, cura del territorio e rigenerazione ambientale. Nello stesso tempo, può avere bisogno di ridurre attività estrattive, produzioni ad alta intensità di risorse, consumo di suolo, mobilità obbligata e forme di consumo meramente posizionale.
La distinzione decisiva non è dunque tra crescita e non crescita in senso astratto ma tra processi che incrementano il benessere collettivo entro i limiti ecologici e processi che aumentano il valore monetario prodotto compromettendo le condizioni sociali e ambientali dalle quali il benessere dipende.
L’identificazione tra sviluppo e crescita del Prodotto interno lordo (Pil) si è consolidata al punto da apparire quasi naturale. Eppure, il Pil è un indicatore della produzione monetaria, non una misura complessiva del progresso sociale e registra come incrementi economici anche attività connesse alla riparazione di danni (le spese sanitarie provocate dall’inquinamento, la ricostruzione successiva a eventi catastrofici, le bonifiche rese necessarie dal degrado ambientale, l’aumento dei costi della sicurezza, i consumi indotti da condizioni di disagio). Al contrario, non riconosce adeguatamente attività e risorse essenziali per la vita collettiva quali: il capitale sociale, i servizi ecosistemici, la qualità dello spazio pubblico, la sicurezza ambientale e abitativa, il lavoro di cura non retribuito, la qualità delle relazioni, la fiducia, il senso di appartenenza. Come è stato osservato già nel 2014, è necessario superare l’uso del Pil come misura dominante dello sviluppo. Studi successivi hanno rafforzato questa posizione, mostrando che, oltre determinate soglie di reddito, la crescita economica non produce miglioramenti proporzionali della salute, della soddisfazione di vita e della coesione sociale (Costanza et al. 2014; Fioramonti et al. 2022; Kallis et al. 2025).
La critica al Pil non implica tuttavia una semplice sostituzione statistica perché si incorrerebbe nel rischio di affiancare nuovi indicatori senza modificare i processi decisionali, mantenendo la crescita monetaria come vero criterio prevalente. Ripensare lo sviluppo significa invece cambiare la domanda fondamentale. Non più ‘quanto valore economico viene prodotto?’ ma ‘quali condizioni di vita vengono generate, per quali persone, in quali territori, per quanto tempo e con quali conseguenze sui sistemi naturali, quale sostenibilità?’
Questo mutamento sposta l’attenzione dai flussi monetari agli esiti sostantivi. Il progresso e la crescita non vanno visti come quantità di beni scambiati ma come capacità di garantire vite dignitose, salute, autonomia, relazioni significative, accesso ai servizi e integrità ecologica, sostenibilità complessiva.
Il passaggio più rilevante da fare consiste nell’assumere il benessere e la riduzione delle diseguaglianze non come risultato eventuale della crescita economica ma come criterio preliminare attraverso cui organizzare l’economia, le istituzioni e l’uso delle risorse. Per molto tempo le politiche pubbliche hanno seguito una sequenza implicita che dalla crescita economica misura l’aumento delle risorse e ne deduce il miglioramento del benessere. Questa relazione non è né automatica né distributivamente neutrale. La ricchezza prodotta può concentrarsi in pochi gruppi, non tradursi in servizi accessibili e generare contemporaneamente danni sanitari, ambientali e territoriali.
Assumere il benessere come principio ordinatore significa invertire la sequenza ovvero partire da una definizione democratica del benessere collettivo per selezionare attività economiche e politiche coerenti ed infine valutare gli esiti sociali ed ecologici.
Il benessere deve essere inteso in senso multidimensionale, ricordando che le sue principali dimensioni riguardano qualità dell’abitare, integrità degli ecosistemi, istruzione, accesso ai servizi, qualità ambientale, sicurezza economica, relazioni sociali, possibilità di partecipazione, fiducia nelle istituzioni, equilibrio tra vita e lavoro. Il benessere non può quindi essere separato né dalla giustizia sociale né dalla salute degli ecosistemi.
In sostanza serve misurare ciò che conta senza ridurlo a un indicatore: la costruzione di sistemi di misurazione alternativi al Pil rappresenta un passaggio necessario, purché tali sistemi non si limitino ad affiancare nuovi indicatori a processi decisionali immutati: devono incidere sulla selezione degli investimenti, sulla valutazione delle politiche e sulla distribuzione delle risorse.
La progettazione della governance si configura quindi come una leva decisiva per la transizione. Le istituzioni contemporanee sono infatti esposte alla concentrazione del potere economico, all’influenza delle lobby, alla instabilità politica e alla prevalenza di interessi di breve periodo.
La conoscenza scientifica entra quindi in un campo decisionale diseguale. Non tutte le informazioni hanno la stessa capacità di influire. Un dato sulla vulnerabilità climatica di una popolazione può essere scientificamente robusto ma disporre di un peso politico inferiore rispetto all’interesse economico immediato di un soggetto organizzato.
Si può ipotizzare che il divario tra conoscenza e azione derivi almeno da cinque condizioni.
La prima è la frammentazione istituzionale. Le conoscenze sono spesso organizzate per settori e soggetti, mentre i problemi sono interdipendenti. Clima, salute, casa, mobilità, suolo e disuguaglianze vengono trattati da amministrazioni differenti, dotate di competenze, risorse e temporalità non coordinate.
La seconda è il breve periodo della decisione politica. Molti benefici della transizione emergono nel medio-lungo termine, mentre i costi economici e politici sono immediati. Le generazioni future e gli ecosistemi non dispongono di una rappresentanza equivalente a quella degli interessi presenti.
La terza è la disuguaglianza di potere. Le organizzazioni dotate di risorse economiche, accesso ai decisori e capacità di comunicazione possono selezionare quali conoscenze rendere visibili e quali marginalizzare. Le analisi di Gilens e Page mostrano come le élite economiche e i gruppi imprenditoriali possano esercitare un’influenza sulle politiche molto superiore a quella dei cittadini medi (Gilens e Page 2014).
La quarta è la debole capacità amministrativa. Conoscere un problema non significa disporre automaticamente delle competenze, delle strutture organizzative e delle risorse necessarie per affrontarlo.
La quinta è l’assenza di responsabilità rispetto agli esiti. Le politiche sono spesso valutate in base agli atti prodotti, ai finanziamenti spesi o alle opere realizzate, non in relazione ai miglioramenti effettivi generati per le persone e per l’ambiente.
Il nodo centrale diventa quindi la costruzione di istituzioni capaci di (e intenzionate a) trasformare la conoscenza in azione pubblica. Ciò richiede non soltanto più dati, ma procedure attraverso le quali le evidenze possano essere selezionate, integrate, pubblicamente discusse, tradotte in obiettivi, collegate alle risorse, trasformate in regole e progetti, monitorate nei loro effetti, riesaminate sulla base dei risultati.
Il governo del territorio costituisce uno dei campi nei quali il rapporto fra conoscenza e azione assume maggiore evidenza. Ogni scelta spaziale mobilita conoscenze relative a suolo, clima, biodiversità, servizi, mobilità, casa, acqua, economia, salute, popolazione. Nello stesso tempo, ogni decisione modifica concretamente la distribuzione di opportunità, rischi, valori immobiliari, accessibilità e qualità ambientale.
La pianificazione non può quindi essere ridotta né a una tecnica di localizzazione delle funzioni né a un sistema di conformazione dei diritti edificatori. Può essere interpretata come un’infrastruttura pubblica di traduzione della conoscenza in scelte collettive e interventi coerenti. Questa funzione comprende almeno quattro operazioni.
La prima è costruire una rappresentazione condivisa del e per il territorio. I dati devono essere messi in relazione, interpretati e resi comprensibili. Una carta non è soltanto una rappresentazione tecnica: stabilisce quali fenomeni siano visibili e quali relazioni debbano essere considerate.
La seconda è formulare obiettivi. Il piano deve esplicitare quale idea di sviluppo sostenibile e di benessere territoriale che si intenda perseguire: accessibilità ai servizi, qualità dell’abitare, salute, sicurezza climatica, protezione del suolo, riduzione delle disuguaglianze.
La terza è valutare le alternative. La conoscenza deve servire a confrontare scenari, effetti distributivi, costi ambientali e benefici collettivi, evitando che un’unica soluzione venga presentata come tecnicamente inevitabile.
La quarta è organizzare l’operatività e l’attuazione. Il piano deve collegare obiettivi, risorse, responsabilità, tempi, progettualità e sistemi di monitoraggio.
Il valore della pianificazione risiede allora nella sua capacità di rendere la conoscenza finalizzata, discutibile, coordinabile e operabile. Non basta descrivere il territorio; occorre interpretarlo per pianificarlo, costruire le condizioni istituzionali attraverso le quali le conoscenze possano orientare trasformazioni coerenti con il benessere collettivo.
Le crisi e sfide contemporanee non derivano dunque da una mancanza di conoscenza ma dall’incapacità di orientare e organizzare ciò che sappiamo verso finalità esplicite e condivise democraticamente. Sappiamo molto sui problemi ma continuiamo a usare una parte consistente della conoscenza per aumentare la produzione, accelerare i consumi, estrarre valore e competere per risorse e posizioni. La questione decisiva non è quindi soltanto quanta conoscenza venga prodotta ma quale conoscenza venga resa operativa, da chi, con quali strumenti, per quali finalità e a vantaggio di chi.
Assumere il benessere come principio ordinatore significa riconoscere che l’economia non costituisce il fine ultimo della società. Ciò comporta una trasformazione simultaneamente culturale, economica, politica, territoriale, istituzionale ed ecologica. Richiede di passare dalla crescita come obiettivo alla crescita selettiva delle capacità sociali; dal Pil come misura dominante alla valutazione multidimensionale del benessere; dalla conoscenza come patrimonio specialistico alla conoscenza come bene pubblico; dalla decisione settoriale alla responsabilità integrata, inscritta in cornici condivise e coerenti di senso e riferimento; dalla riparazione dei danni alla prevenzione; dalla competizione estrattiva alla cooperazione rigenerativa.
La pianificazione urbanistica e territoriale può (e deve) svolgere un ruolo essenziale in questa transizione, perché opera nel punto di incontro fra conoscenze, interessi, istituzioni e trasformazioni materiali. Il suo compito non è soltanto stabilire dove e quanto trasformare ma costruire nel tempo coerenza tra ciò che una società sa, ciò che dichiara di voler perseguire e ciò che concretamente realizza.
Una società realmente fondata sulla conoscenza non è semplicemente una società che accumula dati e/o pubblicazioni. È una società (e una cultura) capace di usare ciò che conosce per prendersi cura delle comunità e dei territori e dei sistemi viventi dai quali dipende.
Costanza R., De Vogli R., Dixson-Decléve S., Fioramonti L., Giovannini L. et al. (2026), “Sustainable and Inclusive Wellbeing Governance: Reinventing Democracy after the Crisis”, SSRN preprint, Abstract n. 6485400.
Costanza R., Kubiszewski I., Giovannini E., Lovins H., McGlade J. et al. (2014), “Development: Time to Leave GDP Behind”, Nature, vol. 505, p. 283–285.
Fioramonti L., Coscieme L., Costanza R., Kubiszewski I., Trebeck K. et al. (2022), “Wellbeing Economy: An Effective Paradigm to Mainstream Post-growth Policies?”, Ecological Economics, vol. 192, 107261.
Gilens M., Page B.I. (2014), “Testing Theories of American Politics: Elites, Interest Groups, and Average Citizens”, Perspectives on Politics, vol. 12(3), p. 564–581.
Kallis G., Hickel J., O’Neill D.W., Jackson T., Victor P.A. et al. (2025), “Post-growth: The Science of Wellbeing within Planetary Boundaries”, The Lancet Planetary Health, vol. 9, p. e62–e78.
Pickett K.E., Costanza R., De Vogli R., Kubiszewski I., McGlade J. et al. (2026, in corso di publicazione), “Wellbeing for People and the Planet: How to Value Everyone and Everything on a Thriving Planet beyond 2030”, The Lancet Planetary Health, 101475.
United Nations (2024), The Sustainable Development Goals. Report 2024, Department of Economic and Social Affairs, United Nations, New York, https://unstats.un.org/sdgs/report/2024/