Urbanistica INFORMAZIONI

Patrimonio urbano

a cura di ANCSA

Nel dibattito urbanistico contemporaneo, il patrimonio urbano è sempre più considerato una risorsa strategica per lo sviluppo territoriale. In questo senso, esso non rappresenta soltanto un oggetto di conservazione, ma anche un capitale culturale ed economico capace di attivare processi di rigenerazione urbana, attrazione turistica e innovazione sociale. Tuttavia, tale approccio solleva questioni critiche, in particolare per quanto riguarda il rischio di mercificazione, gentrificazione e perdita di autenticità dei luoghi. Nei 10 punti che l’Ancsa ha pubblicato (2017) si ricorda che l’efficacia delle politiche di conservazione e rigenerazione del patrimonio urbano non dipende solo dalle scelte che si riferiscono alle aree definite come storiche, ma anche soprattutto dalle azioni riguardanti i loro contesti territoriali. È necessario pertanto estendere la tutela dei valori storici al di fuori dei semplici perimetri individuati per la tutela, integrando anche nuovi elementi materiali e immateriali quali gli assi visivi e il paesaggio percepito, le infrastrutture storiche, le tracce archeologiche, le strutture geomorfologiche, oltre alla memoria e alle tradizioni d’uso del patrimonio. L’espressione patrimonio urbano viene allora a designare l’insieme dei beni materiali e immateriali che, storicamente e culturalmente sedimentati nello spazio della città, contribuiscono a definirne l’identità, il valore d’uso e il significato collettivo. Il termine implica una concezione ampia e dinamica del patrimonio, non limitata ai singoli monumenti ma estesa ai tessuti urbani, agli spazi pubblici, ai paesaggi costruiti e alle pratiche sociali che li attraversano.
Patrimonio non come nozione statica e inventariale, dunque, ma come frontiera in movimento, che accetta le nuove acquisizioni (differenti sensibilità, nuove categorie di beni, rinnovati approcci metodologici, mutati contesti sociali ed economici, cambiamenti globali). Questo implica anche la necessità di una ridefinizione continua delle ricognizioni e dei processi di conoscenza. I quadri conoscitivi non sono dati una volta per tutte, ma devono essere aggiornati, ridiscussi, rinegoziati con gli esperti e con le comunità locali. Attivare buone politiche e buona amministrazione vuole dunque anche dire conoscere: per progettare, per intervenire, per gestire, per mantenere.
Nel contesto internazionale, segnatamente quello dei documenti Unesco, l’Urban Heritage trova una sua esplicita definizione terminologica solo nella Raccomandazione sul Paesaggio storico urbano (2011) in quanto “per l’umanità una risorsa sociale, culturale ed economica, definita da una stratificazione storica di valori prodotti da culture successive ed attuali e da un accumulo di tradizioni ed esperienze, riconosciute come tali nella loro diversità”. L’innovazione principale consiste nell’introduzione del concetto di paesaggio urbano storico, che supera la tradizionale separazione tra centro storico e città contemporanea e considera invece l’intero sistema urbano nella sua complessità: ambiente costruito, elementi naturali, dinamiche economiche e dimensioni sociali sono tutti parte del patrimonio. In questa prospettiva, il patrimonio urbano non è più visto come un insieme statico da conservare, ma come una risorsa attiva per lo sviluppo sostenibile, capace di rafforzare anche la coesione sociale ed economica delle città, in coerenza con gli obiettivi dell’Agenda 2030 della Nazioni Unite. Rimane d’altra parte la complessità operativa di una tale ridefinizione concettuale, anche nella dialettica tra cosa è da intendersi come paesaggio e cosa come patrimonio urbano in sé e per sé. In ogni caso, si tratta dell’approdo di un lungo percorso che l’Unesco aveva avviato nel 1972 con la Convenzione sul patrimonio mondiale dove, tuttavia, ci si riferiva ancora, principalmente, a monumenti, gruppi di edifici e siti o, tutt’al più, a una prima citazione del tema degli "insiemi urbani storici". Se si guarda agli attuali criteri valutativi Unesco/Icomos per il riconoscimento dei centri storici di valore universale eccezionale, vale anche un rinnovato concetto di autenticità e integrità (documento di Nara 1994) che pondera la credibilità degli attributi materiali e immateriali del bene e che non si misura sulla conservazione integrale di ogni manufatto, ma sulla persistenza della struttura morfologica (maglia viaria, sistema dei lotti, rapporto pubblico/privato) e sulla coerenza dei materiali con la tradizione locale.
Non si può dimenticare il ruolo fondamentale che il dibattito italiano ha avuto nel definire precocemente la questione, con la Carta di Gubbio del 1960 (v. "Centri storici" in questa stessa rubrica) e con il lavoro della Commissione parlamentare Franceschini (1964-1967), in particolare con il contributo di Giovanni Astengo nel profilare quelli che allora vennero definiti i “beni culturali ambientali”, a cui dovevano essere ricondotti, secondo gli estensori, anche gli insediamenti storici di valore storico-documentario e non soltanto monumentale. Un approccio che, negli anni successivi, muove dal centro storico alla città storica, dalla città al territorio e al paesaggio come palinsesto o come sistema di sistemi di relazioni storiche che possono essere oggetto di patrimonializzazione, ma anche di consapevole trasformazione (alcuni di questi temi sono già espressi dalla seconda carta di Gubbio Ancsa del 1990).

Pubblicato il 2 agosto 2026