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	<title>Urbanistica informazioni</title>
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		<title>Venosa: stratificazione storica e paesaggio urbano</title>
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&lt;p&gt;In IV di copertina: Vista del Comune di Venosa (Crediti fotografici: Comune di Venosa, Pz). &lt;br class='autobr' /&gt;
Nel contesto territoriale della Basilicata settentrionale, Venosa rappresenta uno dei casi pi&#249; significativi di integrazione tra patrimonio storico, morfologia urbana e paesaggio naturale: un vero territorio storico. Riconosciuta tra i contesti pi&#249; affascinanti d'Italia per la ricchezza delle sue testimonianze archeologiche e monumentali, la citt&#224; costituisce un esempio di continuit&#224; insediativa e di (...)&lt;/p&gt;


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 <content:encoded>&lt;img class='spip_logo spip_logo_right spip_logos' alt=&#034;&#034; style='float:right' src='http://www.urbanisticainformazioni.it/local/cache-vignettes/L150xH100/arton1073-3cebc.jpg?1780369487' width='150' height='100' /&gt;
		&lt;div class='rss_chapo'&gt;&lt;p&gt;In IV di copertina: Vista del Comune di Venosa (Crediti fotografici: Comune di Venosa, Pz).&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;&lt;span class='spip_document_1722 spip_documents'&gt; &lt;img class='img-responsive' src='http://www.urbanisticainformazioni.it/local/cache-vignettes/L500xH632/quarta-14-36180.jpg?1780369487' alt=&#034;&#034; width='500' height='632' /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nel contesto territoriale della Basilicata settentrionale, Venosa rappresenta uno dei casi pi&#249; significativi di integrazione tra patrimonio storico, morfologia urbana e paesaggio naturale: un vero territorio storico.&lt;br class='autobr' /&gt;
Riconosciuta tra i contesti pi&#249; affascinanti d'Italia per la ricchezza delle sue testimonianze archeologiche e monumentali, la citt&#224; costituisce un esempio di continuit&#224; insediativa e di stratificazione urbana che attraversa oltre due millenni di storia.&lt;br class='autobr' /&gt;
Fondata come colonia romana nel III secolo a.C., Venosa ha assunto un ruolo centrale nel sistema territoriale dell'Italia meridionale.&lt;br class='autobr' /&gt;
L'impianto urbano organizzato sullo schema romano, ha costituito la matrice sulla quale si sono progressivamente innestate le trasformazioni medievali, rinascimentali e moderne.&lt;br class='autobr' /&gt;
Il centro storico &#232; dunque il risultato di un processo di sedimentazione culturale e architettonica che rende il tessuto urbano particolarmente denso di significati.&lt;br class='autobr' /&gt;
Il sistema degli spazi pubblici, la trama dei vicoli e delle corti, la presenza di complessi monumentali e religiosi di grande valore testimoniano la persistenza di un'organizzazione urbana che ha saputo adattarsi nel tempo alle diverse esigenze sociali e politiche.&lt;br class='autobr' /&gt;
In questo quadro, Venosa si configura come un laboratorio urbano nel quale la dimensione storica e quella paesaggistica dialogano costantemente, contribuendo a definire un'identit&#224; territoriale fortemente riconoscibile.&lt;br class='autobr' /&gt;
Uno degli elementi pi&#249; rilevanti sotto il profilo ambientale &#232; rappresentato dal Vallone del Reale, un solco naturale che attraversa il territorio e si connette direttamente con il tessuto del centro storico, costituendo un'infrastruttura ecologica capace di svolgere funzioni ambientali, paesaggistiche e sociali di primaria importanza.&lt;br class='autobr' /&gt;
La sua presenza introduce all'interno della citt&#224; storica rompe la compattezza del costruito e genera un sistema di spazi aperti di grande valore ambientale; un vero e proprio 'polmone verde' che contribuisce alla qualit&#224; climatica e alla biodiversit&#224; urbana, offrendo al tempo stesso opportunit&#224; di fruizione pubblica e di connessione tra differenti ambiti della citt&#224;.&lt;br class='autobr' /&gt;
La continuit&#224; tra il sistema delle emergenze monumentali e quello delle aree verdi crea infatti una trama complessa in cui natura e architettura concorrono alla costruzione dell'identit&#224; urbana.&lt;br class='autobr' /&gt;
In una prospettiva contemporanea, il Vallone del Reale rappresenta un dispositivo strategico per le politiche di rigenerazione territoriale.&lt;br class='autobr' /&gt;
La sua tutela e il suo recupero possono infatti favorire la creazione di percorsi culturali e naturalistici capaci di collegare il patrimonio archeologico e monumentale con il sistema ambientale circostante.&lt;br class='autobr' /&gt;
In tale prospettiva, Venosa offre un esempio particolarmente significativo di centro storico in cui il rapporto tra costruito e paesaggio non appare come un elemento residuale, ma come una componente strutturale di un progetto urbano che si apre alle sfide della contemporaneit&#224;.&lt;br class='autobr' /&gt;
Venosa si presenta non soltanto come un centro di grande interesse storico e culturale, ma come un contesto urbano nel quale la riflessione sulla sostenibilit&#224;, sulla qualit&#224; dello spazio pubblico e sulla valorizzazione del paesaggio trova un terreno particolarmente fertile.&lt;br class='autobr' /&gt;
In questa prospettiva, il Vallone del Reale assume il ruolo di elemento chiave per interpretare il rapporto tra centro storico e ambiente naturale, offrendo spunti di grande interesse per le politiche di rigenerazione sostenibile dei centri storici italiani.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class='rss_ps'&gt;&lt;p&gt;Associazione Nazionale Centri Storico-Artistici (ANCSA)&lt;br class='autobr' /&gt;
Fondata a Gubbio nel 1961, rappresenta una realt&#224; d'eccellenza per la salvaguardia e la rigenerazione del patrimonio italiano.&lt;br class='autobr' /&gt;
Nata in risposta all'espansione edilizia del dopoguerra, l'ANCSA ha segnato la storia dell'urbanistica con le Carte di Gubbio, considerando il &#8220;centro storico&#8221; come organismo vivo da tutelare nella sua complessit&#224; patrimoniale e sociale, quindi il &#8220;territorio storico&#8221; come espressione dell'identit&#224; culturale e soggetto in tutte le sue parti &#8211; citt&#224; esistente, paesaggi edificati, territorio rurale &#8211; di una organica strategia d'intervento.&lt;br class='autobr' /&gt;
L'attivit&#224; di ANCSA si articola attraverso ricerche, consulenze tecnico-amministrative e promozione di politiche di rigenerazione urbana sostenibile.&lt;br class='autobr' /&gt;
Collabora con Comuni, Universit&#224; e Istituzioni, favorendo lo scambio di buone pratiche per contrastare il degrado e la museificazione dei luoghi.&lt;br class='autobr' /&gt;
Persegue l'obiettivo di coniugare conservazione dei valori storici ed esigenze della vita contemporanea, affinch&#233; i centri storici rimangano luoghi abitati e fruiti.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
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	</item>
<item xml:lang="it">
		<title>Territorio storico</title>
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		<dc:subject>Significante &amp; significati</dc:subject>
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		<dc:subject>Apertura solo testo in Home page</dc:subject>

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&lt;p&gt;Il consolidamento della nozione di &#8220;territorio storico&#8221; &#232; il risultato del processo di ampliamento del concetto di patrimonio, che si realizza per fasi successive nel corso del '900 e che si applica alle soglie temporali di ci&#242; che pu&#242; essere considerato storico, ma riguarda, al tempo stesso, la natura e la scala dell'oggetto preso in esame, attraverso un progressivo allargamento di campo dal monumento al centro storico, al territorio. Il secondo dopoguerra, caratterizzato da cicli di crescita (...)&lt;/p&gt;


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 <content:encoded>&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;Il consolidamento della nozione di &#8220;territorio storico&#8221; &#232; il risultato del processo di ampliamento del concetto di patrimonio, che si realizza per fasi successive nel corso del '900 e che si applica alle soglie temporali di ci&#242; che pu&#242; essere considerato storico, ma riguarda, al tempo stesso, la natura e la scala dell'oggetto preso in esame, attraverso un progressivo allargamento di campo dal monumento al centro storico, al territorio.&lt;br class='autobr' /&gt;
Il secondo dopoguerra, caratterizzato da cicli di crescita intensi e da violenti effetti secondari, &#232; un momento cruciale di elaborazione critica e teorica su questi temi. Le ricadute di quella che Eugenio Turri definisce come la &#8220;grande trasformazione&#8221; incoraggiano la cristallizzazione dei concetti di centro storico prima, e di territorio storico poi; entrambi apparentemente focalizzati sull'eredit&#224; del passato, ma in realt&#224; attuali e proattivi, perch&#233; capaci di coinvolgere tale eredit&#224; nelle dinamiche di sviluppo in corso.&lt;br class='autobr' /&gt;
La nozione di territorio storico, in particolare, si perfeziona in dialogo con quella di &#8220;paesaggio storico&#8221;, pur senza coincidere con essa. Il riconoscimento del valore del territorio quale &#8220;immenso deposito di fatiche&#8221;, come gi&#224; scriveva Carlo Cattaneo in Agricoltura e Morale (1845), &#232; un'acquisizione della seconda met&#224; del secolo scorso, che emerge all'incrocio di ricerche parallele condotte nei campi della storia del paesaggio, della storia urbana e della geografia. La Storia del paesaggio agrario italiano di Emilio Sereni (1961) rappresenta la prima trattazione complessiva dei legami tra i territori e le trasformazioni socio-economiche del Paese. Un decennio pi&#249; tardi, Lucio Gambi pubblica il saggio Una geografia per la storia (1973), testimonianza compiuta della sua interpretazione della relazione tra l'uomo e il suo ambiente. Negli anni '80, mentre Andr&#233; Corboz descrive il territorio come palinsesto (1983) sottolineandone la stratificazione, l'interdipendenza tra i suoi livelli e il valore di testimonianza di civilt&#224;, in Italia &#232; ancora Gambi a dirigere la collana Guida ai centri minori (1983, 1984, 1985), edita dal Touring Club Italiano. Il titolo &#232; fuorviante perch&#233; si tratta, in realt&#224;, di una raccolta di colti saggi specialistici, scritti da accademici e intellettuali, da cui emerge il ritratto inedito di un'Italia non monumentale, ma storica, in cui i 'centri minori' sono presentati come gangli ed epifenomeni della storicit&#224; dei rispettivi territori.&lt;br class='autobr' /&gt;
Il quadro normativo e legislativo italiano recepisce questo dibattito, seppur con molte resistenze e contraddizioni, mettendo progressivamente in discussione la concezione puramente estetica del paesaggio contenuta nella Legge Bottai del 1939. Significativa, su questo piano, &#232; la definizione di &#8220;beni culturali&#8221; data dalla Commissione Franceschini del 1964-1967, che considera &#8220;tutti i beni che costituiscano testimonianza materiale avente valore di civilt&#224;&#8221;.&lt;br class='autobr' /&gt;
La Legge Galasso approvata nel 1985, in un contesto politico ed economico cambiato e caratterizzato da una minore pressione, fa sintesi di consapevolezze giunte ormai a maturazione. Come scrive Augusto Cagnardi su Casabella nel 1985, con questo provvedimento &#8220;la tutela del paesaggio supera la tradizionale e ristretta concezione della difesa dei valori dell'estetica, facendo perno sul razionale assetto dei suoli e sulla razionale conservazione delle risorse naturali&#8221;.&lt;br class='autobr' /&gt;
Cinque anni pi&#249; tardi, l'Associazione Nazionale Centri Storico-Artistici mette a punto un documento che registra e legittima la centralit&#224; della nozione di territorio storico nel dibattito urbanistico e politico. Trent'anni dopo la prima Carta di Gubbio (1960) che aveva come oggetto il centro storico, la nuova Carta (1990) ne amplia e rielabora le riflessioni. Il centro storico &#232; considerato &#8220;il nodo di una struttura insediativa pi&#249; ampia, interpretata nel suo secolare processo di formazione, [che] deve essere individuata come &#8216;territorio storico', espressione complessiva dell'identit&#224; culturale e soggetto quindi in tutte le sue parti (citt&#224; esistente e periferie, paesaggi edificati, territorio rurale) di un'organica strategia d'intervento&#8221;.&lt;br class='autobr' /&gt;
Negli ultimi decenni, numerosi documenti hanno confermato l'importanza della nozione di &#8220;territorio storico&#8221;, fornendone di volta in volta definizioni specifiche e invocando strategie atte alla sua protezione e al suo sviluppo. Si citano a titolo di esempio, la Convenzione europea del paesaggio (2000), il Codice dei beni culturali e del paesaggio (2004) e le Raccomandazioni sul paesaggio storico urbano (Unesco 2011).&lt;br class='autobr' /&gt;
Negli ultimi anni, il concetto si &#232; evoluto anche grazie alla riflessione di Alberto Magnaghi, per il quale il territorio non &#232; solo un deposito di segni del passato, ma un organismo vivente caratterizzato da un proprio &#8220;statuto&#8221; da leggere e interpretare in un progetto territoriale capace di prendersi cura dell'insieme dei beni comuni (fiumi, boschi, terre agrarie, nuclei antichi, monumenti&#8230;).&lt;br class='autobr' /&gt;
Si pu&#242; concludere che il &#8220;territorio storico&#8221; rappresenta oggi un ambito connotato dallo stratificarsi di fattori fisici e culturali, attraverso i quali si esprime l'identit&#224; delle comunit&#224; umane che lo vivono e lo trasformano. Esso non si limita alla tutela degli insediamenti storici e ambientali, ma li inserisce in una rete di relazioni (eco)sistemiche, materiali e immateriali, indispensabili per ricomporre territori oggi polarizzati tra fenomeni di metropolizzazione e dinamiche di abbandono.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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	</item>
<item xml:lang="it">
		<title>L'urbanistica alla prova in un mondo in continua transizione</title>
		<link>http://www.urbanisticainformazioni.it/L-urbanistica-alla-prova-in-un-mondo-in-continua-transizione.html</link>
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		<dc:subject>Aperture</dc:subject>
		<dc:subject>il Punto</dc:subject>
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		<dc:subject>Apertura solo testo in Home page</dc:subject>

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&lt;p&gt;Negli ultimi anni il dibattito sul governo del territorio si &#232; concentrato sugli ostacoli che frenano l'innovazione urbanistica: inerzie istituzionali, stratificazioni normative, resistenze culturali. Una lettura senza dubbio assai fondata, ma che oggi appare insufficiente. Se si guarda al contesto in cui tali difficolt&#224; si manifestano, emerge infatti un elemento decisivo: la crescente inadeguatezza degli strumenti urbanistici rispetto a uno scenario profondamente mutato. Il problema non &#232; (...)&lt;/p&gt;


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 <content:encoded>&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;Negli ultimi anni il dibattito sul governo del territorio si &#232; concentrato sugli ostacoli che frenano l'innovazione urbanistica: inerzie istituzionali, stratificazioni normative, resistenze culturali. Una lettura senza dubbio assai fondata, ma che oggi appare insufficiente. Se si guarda al contesto in cui tali difficolt&#224; si manifestano, emerge infatti un elemento decisivo: la crescente inadeguatezza degli strumenti urbanistici rispetto a uno scenario profondamente mutato.&lt;br class='autobr' /&gt;
Il problema non &#232; soltanto che le riforme tardano o procedono in modo frammentario, ma che l'urbanistica italiana continua ad operare come se il contesto fosse stabile, inseguendo le trasformazioni invece di interpretarle e orientarle. In definitiva con uno scarto crescente tra la realt&#224; e la capacit&#224; di governo.&lt;br class='autobr' /&gt;
Anche per questo motivo prover&#242; ad invertire la prospettiva: non partire dai limiti della disciplina, ma dalla radicalit&#224; dei cambiamenti in atto. Solo riconoscendo che le citt&#224; sono gi&#224; &#8216;sotto pressione' &#232; possibile restituire senso alla pianificazione. In questa chiave, il richiamo al &#8220;piano utile&#8221; non &#232; una formula, ma una presa di posizione: o l'urbanistica torner&#224; ad esprimere una capacit&#224; di visione e di indirizzo, oppure rischier&#224; di restare ai margini dei processi che stanno ridisegnando il territorio.&lt;/p&gt;
&lt;h3 class=&#034;spip&#034;&gt;Tra discontinuit&#224; e anticipazioni&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Per comprendere i cambiamenti in corso non &#232; utile guardare a un passato pi&#249; o meno remoto, ma a una sequenza di trasformazioni ancora in itinere che sta ridefinendo il rapporto tra societ&#224;, economia e territorio. Dalla fine del primo decennio del secolo in corso si susseguono crisi ravvicinate &#8211; dalla grande recessione alla crisi dell'euro, dalla pandemia fino al ritorno della guerra in Europa e all'apertura di nuovi scenari di instabilit&#224; nel Mediterraneo e in Medio Oriente &#8211; che non possono essere letti come episodi isolati, ma piuttosto come segnali di una trasformazione dell'ordine globale, dagli esiti incerti, ma caratterizzata da una evidente discontinuit&#224; sistemica.&lt;br class='autobr' /&gt;
In questo quadro anche categorie interpretative ormai consolidate stanno perdendo la loro efficacia. La relazione diretta tra crescita economica e sviluppo urbano, a lungo data per acquisita, sta mostrando segni preoccupanti di logoramento; al punto che nelle aree pi&#249; urbanizzate del Paese la dinamica delle citt&#224; non segue pi&#249; linearmente quella del Pil, ma tende in alcuni casi a evidenziare una possibile inversione di tendenza. Ricomporre questo quadro non significa ipotizzare la conclusione di una fase storica, ma riconoscere la natura instabile del presente e le sue implicazioni per il governo del territorio (Talia, in corso di stampa).&lt;br class='autobr' /&gt;
&#200; dunque all'interno di questo contesto che le aree urbane appaiono oggi &#8216;sotto pressione'. Non si tratta di una condizione contingente, ma dell'effetto combinato di trasformazioni economiche, sociali e tecnologiche che incidono sulla struttura stessa dei sistemi urbani.&lt;br class='autobr' /&gt;
Tali sollecitazioni possono essere ricondotte ai possibili effetti di quattro trasformazioni principali. Un primo cambiamento &#232; relativo alla crescente finanziarizzazione dell'economia e del settore immobiliare, tanto che una quota rilevante delle trasformazioni urbane risponde sempre pi&#249; a logiche di valorizzazione e rendimento, piuttosto che a bisogni sociali e produttivi. Ne derivano crisi di accesso all'abitazione e un rafforzamento delle disuguaglianze tra territori, e all'interno delle citt&#224; (Aalbers 2016).&lt;br class='autobr' /&gt;
Una seconda riconfigurazione &#232; legata alla riorganizzazione delle attivit&#224; produttive, con processi di de-industrializzazione, delocalizzazione e sviluppo di nuove infrastrutture &#8211; logistica, piattaforme digitali, data center, reti energetiche &#8211; che modificano profondamente la geografia degli insediamenti e i fabbisogni territoriali e di energia (Floridi 2025).&lt;br class='autobr' /&gt;
Una terza, importante, metamorfosi &#232; di natura demografica e sociale: declino e invecchiamento della popolazione, polarizzazione tra aree attrattive e in declino, trasformazioni della domanda di servizi. Questi fenomeni non riducono le criticit&#224; urbane, ma le rendono pi&#249; complesse, incidendo sul welfare territoriale e sulla distribuzione delle opportunit&#224; (Summers 2016).&lt;br class='autobr' /&gt;
Un ultimo e significativo mutamento concerne infine le politiche pubbliche pi&#249; recenti, con particolare riferimento al PNRR: un programma che ha certamente attivato risorse rilevanti, ma prevalentemente entro logiche settoriali e frammentarie. Senza un quadro strategico unitario, l'accumulo degli interventi sta rischiando di produrre esiti disomogenei, ma senza incidere in modo sostanziale sulla qualit&#224; urbana complessiva (Boeri 2023).&lt;br class='autobr' /&gt;
Nel loro insieme, queste dinamiche non accompagnano pi&#249; automaticamente lo sviluppo economico, ma possono diventare vincoli importanti alla sua prosecuzione. Le citt&#224;, da motori della crescita, rischiano cos&#236; di trasformarsi in contesti segnati da conflitti tra domanda sociale, logiche di mercato e capacit&#224; di regolazione pubblica.&lt;/p&gt;
&lt;h3 class=&#034;spip&#034;&gt;Se la pianificazione viene messa nell'angolo&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Di fronte a queste evidenti criticit&#224;, cui sono sottoposte le principali aree urbane, il ruolo della pianificazione appare progressivamente ridimensionato, con un ricorso al progetto urbanistico che si sviluppa in uno spazio decisionale sempre pi&#249; ristretto, e sottoposto a pressioni concomitanti, e spesso convergenti.&lt;br class='autobr' /&gt;
Anche per effetto delle ripetute iniziative di semplificazione e deregolamentazione a cui stiamo assistendo da anni, l'attenzione degli amministratori (e dei cittadini) tende a spostarsi dal disegno d'insieme della citt&#224; alla gestione di interventi puntuali, spesso promossi da soggetti privati e scollegati da una visione d'insieme. Ne consegue il frequente slittamento dal piano all'intervento, con programmi speciali, deroghe, accordi e procedure semplificate che tendono a sostituire gli strumenti ordinari. Ma quando il quadro generale arretra, l'intervento puntuale non si rivela pi&#249; efficace. Anzi, diventa pi&#249; discrezionale, pi&#249; esposto alle asimmetrie nei rapporti di potere, meno capace di produrre coerenza&lt;br class='autobr' /&gt;
In questo contesto la semplificazione &#232; stata spesso interpretata nei termini di una narrazione politica generale, e non come una razionalizzazione intelligente di procedure e livelli decisionali. Ne consegue una implicita delegittimazione del governo pubblico del territorio, e una sovrapposizione sempre pi&#249; frequente tra edilizia e urbanistica che rischia di produrre un progressivo indebolimento del ruolo del piano. E questo proprio mentre la complessit&#224; delle trasformazioni dovrebbe richiedere un rafforzamento della capacit&#224; pubblica di indirizzo (Talia 2025).&lt;br class='autobr' /&gt;
&#200; solo il caso di interrogarsi a questo punto se la marginalizzazione dell'urbanistica possa rappresentare una tendenza irreversibile, o se al contrario si debba ritenere che il ricorso a tale disciplina &#8211; anche alla luce della discontinuit&#224; e della instabilit&#224; degli attuali scenari urbani &#8211; debba essere ritenuta pi&#249; necessaria che mai.&lt;br class='autobr' /&gt;
Naturalmente non si tratta qui di negare l'utilit&#224; di iniziative che puntano a rendere pi&#249; snelli ed efficienti i procedimenti amministrativi, ma di riconoscere che il governo del territorio non pu&#242; essere relegato ad una sommatoria di atti semplificati e autoreferenziali. L'articolazione delle trasformazioni in atto richiede strumenti capaci di integrare dimensioni diverse, e di orientare le scelte nel medio-lungo periodo.&lt;/p&gt;
&lt;h3 class=&#034;spip&#034;&gt;I rischi emergenti&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Le conseguenze di questa involuzione sono evidenti, e tendono progressivamente ad accentuarsi. Nel corso degli ultimi anni non solo abbiamo registrato una crescente perdita di coerenza dei sistemi insediativi &#8211; con effetti sempre pi&#249; marcati sulla qualit&#224; urbana e sulle dotazioni territoriali &#8211; ma abbiamo potuto realizzare che il decrescente ricorso agli strumenti di governo del territorio&lt;span class=&#034;spip_note_ref&#034;&gt; [&lt;a href='#nb1' class='spip_note' rel='appendix' title='Un quadro aggiornato dell'attivit&#224; di pianificazione svolta ai diversi (...)' id='nh1'&gt;1&lt;/a&gt;]&lt;/span&gt; ha finito per tradursi nell'assenza di una visione unitaria e integrata del sistema urbano, e nella incapacit&#224; di garantire continuit&#224; spaziale, qualit&#224; architettonica e un'adeguata dotazione di servizi nei territori interessati dai nuovi interventi di pianificazione.&lt;br class='autobr' /&gt;
Allo stesso tempo, abbiamo potuto verificare che in assenza di strumenti attuativi, e di adeguati controlli preventivi, il ricorso crescente a istituti di semplificazione procedimentale, quali il silenzio-assenso &#8211; e gli interventi asseverati dal tecnico senza preventiva verifica amministrativa &#8211; ha comportato un sensibile aumento del contenzioso tra soggetti privati, professionisti e organismi di controllo. Questo fenomeno, oltre a produrre incertezza, rischia di rallentare ulteriormente i processi decisionali, e di scoraggiare la partecipazione dei cittadini ai processi partecipativi, con ricadute assai negative sulla qualit&#224; democratica delle scelte in materia di governo del territorio.&lt;br class='autobr' /&gt;
Sul piano dell'equit&#224;, il rischio &#232; poi quello di un'ulteriore accentuazione delle disuguaglianze: norme uniformi, applicate in contesti diversi, possono produrre esiti divergenti, contribuendo a rafforzare il modello di un Paese a pi&#249; velocit&#224;. Dove arretra la pianificazione cresce la frammentazione: parti di citt&#224; che si trasformano rapidamente e altre che invece ristagnano, aree servite adeguatamente e altre ignorate dal welfare, funzioni che si localizzano dove la rendita &#232; pi&#249; elevata e non dove l'interesse pubblico lo richiederebbe.&lt;/p&gt;
&lt;h3 class=&#034;spip&#034;&gt;L'esigenza di una riforma&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;In questa prospettiva &#232; abbastanza evidente che il superamento delle criticit&#224; che abbiamo passato in rassegna presuppone un processo di riforma che non dovr&#224; limitarsi ad operare una correzione tecnica del quadro normativo vigente. Si rende necessaria, al contrario, una revisione ben pi&#249; ampia delle relazioni tra i livelli di governo, un rafforzamento delle capacit&#224; amministrative e, soprattutto, una chiara definizione degli obiettivi da perseguire.&lt;br class='autobr' /&gt;
&#200; in questo contesto che si inserisce il lavoro sviluppato dall'Istituto nazionale di urbanistica per la definizione di una legge di principi sul governo del territorio. Una proposta che si distingue per il tentativo di costruire un impianto fondato su riferimenti generali chiari e stabili, e in grado di orientare la legislazione regionale e l'esercizio della pianificazione. Tra i principi individuati assumono particolare rilievo la sostenibilit&#224;, la centralit&#224; del piano, la co-pianificazione interistituzionale e l'attenzione alle dotazioni territoriali, intese anche come livelli essenziali delle prestazioni.&lt;br class='autobr' /&gt;
A tali finalit&#224; si affiancano alcune direttrici operative &#8211; contenimento del consumo di suolo, perequazione, compensazione, rigenerazione urbana &#8211; che mirano a rendere effettivi gli obiettivi enunciati.&lt;br class='autobr' /&gt;
Il valore di questa impostazione non risiede soltanto nei contenuti specifici, ma nella capacit&#224; di offrire una cornice coerente entro cui collocare le diverse politiche. In un contesto segnato da interventi spesso emergenziali e disorganici, la proposta dell'Inu si basa essenzialmente sul tentativo di ricostruire una visione d'insieme. Il rilancio della pianificazione passa in definitiva non solo attraverso la definizione di nuove norme, ma anche mediante il rafforzamento delle competenze e delle pratiche.&lt;br class='autobr' /&gt;
In questa direzione, assume un particolare rilievo il tema della formazione, sia in ambito universitario, sia nel campo dell'aggiornamento professionale permanente. L'impegno dell'Inu in questo ambito vanta una tradizione ormai consolidata, ma dovr&#224; confrontarsi con esigenze rinnovate, legate alla complessit&#224; delle trasformazioni in atto.&lt;br class='autobr' /&gt;
In questo quadro, l'idea di un &#8220;piano utile&#8221; &#8211; a cui abbiamo gi&#224; dedicato il XXXII Congresso dell'Inu del 2025 &#8211; assume un significato particolare. Che implica il superamento di modelli astratti di pianificazione in favore di strumenti integrati, in grado di incidere concretamente sui processi, connettendo dimensione strategica e operativa e attivando forme di interazione tra attori plurali.&lt;/p&gt;
&lt;h3 class=&#034;spip&#034;&gt;Considerazioni conclusive&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Nel quadro qui delineato emerge con chiarezza come la riforma del governo del territorio non possa essere affrontata attraverso una sequenza estemporanea di interventi settoriali o correttivi. Essa richiede, piuttosto, una ridefinizione del rapporto tra livelli istituzionali, strumenti di pianificazione e capacit&#224; amministrative, all'interno di un disegno coerente e condiviso.&lt;br class='autobr' /&gt;
In questa prospettiva si colloca la proposta dell'Inu di una legge di principi del governo del territorio, che individua nella sostenibilit&#224;, nella centralit&#224; del piano e nella co-pianificazione alcuni riferimenti fondamentali. Il rilancio della pianificazione presuppone, tuttavia, anche il rafforzamento degli strumenti operativi e un investimento strutturale nelle competenze.&lt;br class='autobr' /&gt;
La semplificazione pu&#242; produrre esiti positivi solo se inscritta in una strategia pi&#249; ampia; diversamente, rischia di indebolire la capacit&#224; di governo e di accentuare le disuguaglianze.&lt;br class='autobr' /&gt;
La questione centrale diventa allora quella di ricostruire un quadro di riferimento condiviso entro cui la pianificazione torni a esercitare una funzione di indirizzo effettiva: non come adempimento formale, ma come pratica concreta, orientata alla qualit&#224; dei territori e alla coerenza dei processi di trasformazione. In un contesto instabile, attraversato da pressioni crescenti, il punto non &#232; se l'urbanistica sia ancora necessaria, ma in quale forma possa tornare a esserlo &#8211; e con quale capacit&#224; di incidere sulle traiettorie del cambiamento.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;hr /&gt;
		&lt;div class='rss_notes'&gt;&lt;div id='nb1'&gt;
&lt;p&gt;&lt;span class=&#034;spip_note_ref&#034;&gt;[&lt;a href='#nh1' class='spip_note' title='Note 1' rev='appendix'&gt;1&lt;/a&gt;] &lt;/span&gt;Un quadro aggiornato dell'attivit&#224; di pianificazione svolta ai diversi livelli amministrativi nel nostro Paese &#232; fornito dal Rapporto dal Territorio dell'Inu, pubblicato a partire dal 2000 con periodicit&#224; tendenzialmente triennale, ancorch&#233; non costante (edizioni: 2000, 2003, 2005, 2007, 2010, 2016, 2019, 2023).&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;
		
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	</item>
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		<title>Il piano utile nell'epoca della transizione ecologica</title>
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		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Giaimo</dc:creator>


		<dc:subject>Aperture</dc:subject>
		<dc:subject>Apertura</dc:subject>
		<dc:subject>Mostra articolo nella lista</dc:subject>
		<dc:subject>Apertura solo testo in Home page</dc:subject>

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&lt;p&gt;La transizione ecologica come condizione del governo del territorio La condizione contemporanea pone l'agenda del governo del territorio di fronte a un'evidenza: la transizione ecologica non &#232; pi&#249; un capitolo aggiuntivo delle politiche urbane e territoriali ma va assunta quale &#8216;matrice' entro cui si definiscono priorit&#224;, regole e investimenti. Per la pianificazione ci&#242; significa assumere un compito pi&#249; esigente e ambizioso che la sola regolazione della crescita, seppur per trasformazioni: ridurre (...)&lt;/p&gt;


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 <content:encoded>&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;h3 class=&#034;spip&#034;&gt;La transizione ecologica come condizione del governo del territorio&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;La condizione contemporanea pone l'agenda del governo del territorio di fronte a un'evidenza: la transizione ecologica non &#232; pi&#249; un capitolo aggiuntivo delle politiche urbane e territoriali ma va assunta quale &#8216;matrice' entro cui si definiscono priorit&#224;, regole e investimenti. Per la pianificazione ci&#242; significa assumere un compito pi&#249; esigente e ambizioso che la sola regolazione della crescita, seppur per trasformazioni: ridurre rischi e vulnerabilit&#224;, orientare l'uso del suolo e delle risorse, ricomporre disuguaglianze e rendere attuabili obiettivi climatici e di tutela della biodiversit&#224;.&lt;br class='autobr' /&gt;
In questa cornice, governo del territorio e governance ambientale non sono ambiti separati: si intrecciano in un'unica domanda pubblica, che riguarda la capacit&#224; delle istituzioni di produrre traiettorie sostenibili e verificabili. La differenza rispetto alla prospettiva che si delineava all'inizio degli anni 2000 &#232; evidente: se la crisi economica e la riduzione delle risorse pubbliche erano gi&#224; percepite come fattori destabilizzanti, oggi, oltre a vincoli finanziari e capacit&#224; amministrativa diseguale, si impongono limiti biofisici e pressioni ambientali che ridefiniscono l'idea stessa di &#8216;sviluppo'. La pianificazione si pu&#242; affermare come utile e necessaria attivit&#224; del governo del territorio nella misura in cui sappia mettere in tensione le sue diverse nature e funzionare come dispositivo di riferimento, orientamento e garanzia: individuando e assegnando obbiettivi, stabilendo criteri, rendendo espliciti esiti attesi e trade-off, proponendo efficaci strumenti di attuazione e di misura gli esiti.&lt;/p&gt;
&lt;h3 class=&#034;spip&#034;&gt;Dalla sostenibilit&#224; alla prestazione&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;La transizione ecologica ridefinisce il modo in cui si orienta la domanda di pianificazione, richiede di uscire dalla retorica delle locuzioni ombrello (sviluppo sostenibile, rigenerazione, verde, mobilit&#224; dolce) e dimostrare che le scelte producono gli esiti attesi. In tal senso emerge quale nozione chiave quella di &#8216;prestazione territoriale' rispetto alla quale diviene necessario identificare la possibile formulazione tecnica nel piano: bilancio di suolo e impermeabilizzazione, accessibilit&#224; e prossimit&#224; ai servizi essenziali, equit&#224; socio-territoriale e condizioni di abitabilit&#224;, continuit&#224; ecologica e infrastrutture verdi/blu, comfort microclimatico e qualit&#224; ambientale urbana, riduzione dell'esposizione al rischio e sicurezza territoriale, sono possibili &#8216;ambiti prestazionali' da rubricare nelle norme e considerare negli scenari di Vas.&lt;br class='autobr' /&gt;
Praticare una pianificazione orientata alla prestazione richiede un rinnovamento del piano urbanistico, che deve disporre di tre contenuti tecnici, depositati in altrettanti elaborati: i) uno &#8216;stato di fatto' (baseline), rappresentativo e interpretativo delle condizioni iniziali, basato su contenuti misurabili, ii) un set minimo di indicatori (pochi, robusti, verificabili) riferito ai contenuti, iii) uno strumento di gestione dell'attuazione da intendersi quale protocollo di verifica dell'implementazione del piano rispetto ai risultati conseguiti nell'arco del tempo (orientando meglio i piani di monitoraggio e le stesse Vas).&lt;br class='autobr' /&gt;
Senza questi elementi, la pianificazione resta una retorica di obiettivi, vulnerabile a contenziosi, eccezioni e negoziazioni opache.&lt;/p&gt;
&lt;h3 class=&#034;spip&#034;&gt;Citt&#224; pubblica prestazionale&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Questa prospettiva richiede una revisione della cultura tecnica urbanistica a partire dagli standard ex Di n. 1444/68. Il quadro tradizionale (standard quantitativi minimi) ha svolto una fondamentale funzione di garanzia che non deve essere rimossa ma affiancata anche da una lettura prestazionale (Giaimo, Salata e Santolini 2019): qualit&#224;, accessibilit&#224;, continuit&#224;, capacit&#224; ecosistemica. In questa direzione, la citt&#224; pubblica diventa non solo un insieme di aree e attrezzature, ma un sistema di prestazioni che offre effettivi diritti nel territorio: prossimit&#224; ai servizi, accesso a spazi aperti e natura urbana, mobilit&#224; pubblica e dolce, sicurezza, qualit&#224; ambientale e urbana. Il discorso sulla citt&#224; pubblica contemporanea deve affrontare esplicitamente due dimensioni: ecologica e distributiva. Se la citt&#224; pubblica &#232; la parte &#8216;garantita' dei &#8216;diritti ai servizi', ci&#242; che permette di conseguire coesione, salute, accessibilit&#224;, qualit&#224; dello spazio urbano, non pu&#242; essere solo dotazione materiale: deve incorporare i servizi resi dagli ecosistemi per garantire capacit&#224; di adattamento del sistema urbano. Suolo permeabile, gestione delle acque, ombreggiamento, continuit&#224; ecologica, mitigazione delle isole di calore, rinaturazione e infrastrutture verdi/blu non sono accessori ma sono dispositivi di sicurezza e benessere.&lt;br class='autobr' /&gt;
Qui il concetto di servizi ecosistemici del suolo &#232; particolarmente utile, perch&#233; rende visibile ci&#242; che la pianificazione spesso ha trattato come &#8216;vuoto': il suolo come infrastruttura ecologica che regola acqua, carbonio, biodiversit&#224; e microclima. Se il suolo &#232; riconosciuto come infrastruttura e fattore, allora la pianificazione pu&#242; tradurre obiettivi ambientali in criteri operativi: soglie di permeabilit&#224;, sistemi di drenaggio urbano sostenibile, priorit&#224; di de-impermeabilizzazione, reti ecologiche, standard di prossimit&#224; al&lt;br class='autobr' /&gt;
verde, criteri localizzativi e prescrizioni per ridurre esposizione a rischio.&lt;br class='autobr' /&gt;
Questa impostazione richiedere di riconoscere un'evidenza cruciale: la transizione ecologica &#232; territorialmente diseguale e poco efficace se non viene governata. Le prestazioni urbane e ambientali non possono essere lasciate ad una incerta fase attuativa, n&#233; al solo mercato. Occorre una regia pubblica e proattiva che garantisca un'organizzazione spaziale delle funzionalit&#224; ecologiche in grado di conseguire una distribuzione equa delle prestazioni, evitando che rigenerazione e green diventino strumenti di selezione sociale e territoriale.&lt;/p&gt;
&lt;h3 class=&#034;spip&#034;&gt;Rendita e cattura del valore: condizione finanziaria della citt&#224; pubblica&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Sulla qualit&#224; della citt&#224; pubblica e della condizione insediativa aleggia l'incertezza delle risorse economiche per conseguire tali obbiettivi. In un contesto di vincoli di bilancio, la questione decisiva &#232; come costruire meccanismi stabili e legittimi di cattura del valore generato da decisioni pubbliche e trasformazioni private. Non si tratta di demonizzare il mercato ma di riconoscere che una parte del valore immobiliare e fondiario deriva - o &#232; generato - da scelte pubbliche (piano, infrastrutture, servizi) e quindi &#232; ragionevole che contribuisca al finanziamento di beni collettivi.&lt;br class='autobr' /&gt;
La discussione che emerge da alcune recenti esperienze di pianificazione sul ricorso agli extra-oneri come strumento residuale non pare priva di criticit&#224;. In alternativa, parrebbe pi&#249; facilmente praticabile un piano con un impianto pi&#249; chiaro relativamente a: i) un sistema di value capture collegato a obiettivi di prestazione, ii) regole trasparenti e controllabili, iii) riduzione delle pratiche episodiche, caso per caso, la cui discrezionalit&#224; alimenta contenziosi e rendite inattese.&lt;br class='autobr' /&gt;
Perequazione e trasferimenti di diritti edificatori possono essere strumenti utili solo se collocati in un quadro di trasparenza, equit&#224; e capacit&#224; amministrativa: non sono &#8216;scorciatoie' ma dispositivi istituzionali della pianificazione urbanistica e del suo sviluppo operativo. In assenza di principi legislativi (oltre a riferimenti soltanto a deroghe o varianti) e regole chiare e monitorabili, il rischio &#232; duplice: da un lato opacit&#224; e rendite, dall'altro disallineamento tra contributi, dotazioni e reali priorit&#224; pubbliche.&lt;/p&gt;
&lt;h3 class=&#034;spip&#034;&gt;La grande incompiuta: una legge nazionale di principi sul governo del territorio&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Ancora oggi la mancanza (ingiustificabile) di una legge nazionale di principi sul governo del territorio (ex Lc n. 3/2001) continua a produrre frammentazione e disomogeneit&#224; non sempre virtuose. Non si tratta di invocare nuovo centralismo ma di definire un minimo comune denominatore di garanzie e requisiti: sostenibilit&#224;, equit&#224; territoriale, trasparenza, partecipazione, riduzione del consumo di suolo come obiettivi strutturali e, soprattutto, orientamento a prestazioni verificabili. Una legge di principi, in questa prospettiva, dovrebbe rafforzare la coerenza tra strumenti e livelli, ridurre incertezze interpretative, e rendere pi&#249; solida la legittimazione pubblica delle scelte (Barbieri e Galuzzi 2023).&lt;br class='autobr' /&gt;
Il tema riguarda prima di tutto la forma del piano di cui oggi serve distinguere e rendere espliciti le prestazioni minime e la citt&#224; pubblica, le invarianti ecologiche e di sicurezza (suolo, rischio, reti verdi/blu), i dispositivi attuativi e le sequenze di implementazione (priorit&#224;, risorse, responsabilit&#224;).&lt;/p&gt;
&lt;h3 class=&#034;spip&#034;&gt;Adattivit&#224; e capacit&#224; di attuazione&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Un piano pu&#242; e deve essere adattivo ma la sua attuazione non pu&#242; essere indeterminata. L'adattivit&#224; deve poggiare su dati, indicatori, chiari obbiettivi e prestazioni assegnate, e un registro-processo di tracciabilit&#224; delle decisioni, su esplicite e robuste cornici di senso, cio&#232; su un regime di accountability e discrezionalit&#224; motivata che consenta di agire per coerenza e di interpretare le scelte senza trasformarle in arbitrio.&lt;br class='autobr' /&gt;
Anche quando esistono buone strategie e risorse, la transizione ecologica si blocca spesso su capacit&#224; amministrativa, dati, progettazione, procurement, coordinamento tra enti e manutenzione. Per questo un piano utile non &#232; solo uno strumento previsivo (di scenari strategici e di usi del suolo) ma un dispositivo che definisce una sequenza strutturata di fasi, attivit&#224; e strumenti (pipeline di delivery) che definiscono l'intero ciclo che dalla previsione conduce all'effettiva realizzazione dell'intervento.&lt;br class='autobr' /&gt;
La governance multilivello e la copianificazione hanno senso solo se producono decisioni implementabili: definizione di ruoli, tempi, risorse, criteri, dati condivisi. Lo stesso vale per strumenti di governance come le varie fattispecie pattizie: funzionano se trasformano la cooperazione in programmi d'azione con misure monitorabili, non se restano un luogo di consenso generalista o condivisione solo formale.&lt;/p&gt;
&lt;h3 class=&#034;spip&#034;&gt;Il piano come infrastruttura democratica&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Oggi &#232; pi&#249; che mai necessario rafforzare la legittimazione del piano non solo con procedure, ma con trasparenza sostanziale. Rendere espliciti dati di scenario, assunzioni, alternative e criteri di scelta &#232; un modo per migliorare la qualit&#224; delle decisioni e ridurre discrezionalit&#224;. Assumere una logica di &#8216;evidenza pubblica' (dati e indicatori accessibili, decision log) &#232; una forma contemporanea di garanzia democratica, perch&#233; permette controllo pubblico, confronto informato e accountability (Giaimo 2024). In un'epoca in cui la semplificazione tende ad essere invocata come soluzione universale, la trasparenza &#232; condizione di efficacia: chiarisce ci&#242; che &#232; negoziabile e ci&#242; che non lo &#232;, rende verificabili gli esiti, aumenta la capacit&#224; di coordinamento tra enti e attori.&lt;/p&gt;
&lt;h3 class=&#034;spip&#034;&gt;Cos'&#232; il &#8216;piano utile'?&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;E' un piano che governa la transizione ecologica con strumenti coerenti e attuabili. &#200; prestazionale (misura e rende conto), equo (distribuisce opportunit&#224; e riduce vulnerabilit&#224;), finanziabile (cattura e ri-assegna valore in modo legittimo) e trasparente (obbiettivi ed esiti attesi, dati, criteri e decisioni argomentate). &#200; un piano che assume suolo e sistemi ecologici come fattori e infrastrutture, integra citt&#224; pubblica e servizi ecosistemici e mette l'attuazione al centro, riconoscendo che la transizione &#232; un problema istituzionale e organizzativo oltre che tecnico.&lt;br class='autobr' /&gt;
Non serve una retorica pi&#249; verde: serve una pianificazione innovata nei contenuti tecnici, pi&#249; responsabile e pi&#249; verificabile.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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	</item>
<item xml:lang="it">
		<title>Bologna: piani per la citt&#224; antica e contesti contemporanei</title>
		<link>http://www.urbanisticainformazioni.it/Bologna-piani-per-la-citta-antica-e-contesti-contemporanei.html</link>
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		<dc:date>2026-04-05T19:44:04Z</dc:date>
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		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Ufficio di Piano urbanistico - Comune di Bologna</dc:creator>


		<dc:subject>a cura dell'</dc:subject>
		<dc:subject>In evidenza BN in Home Page</dc:subject>
		<dc:subject>in quarta</dc:subject>
		<dc:subject>Aperture</dc:subject>
		<dc:subject>Mostra articolo nella lista</dc:subject>
		<dc:subject>Nascondi il logo</dc:subject>

		<description>
&lt;p&gt;L'immagine di copertina &#232; stata ottenuta per accostamento di tre rappresentazioni diverse del centro storico di Bologna, ricavate da altrettante stagioni della pianificazione della citt&#224;. Per il Piano regolatore del 1889 il centro storico &#232; la citt&#224; esistente, rappresentata con isolati pieni in grigio e monumenti in nero; tutto il resto, il reticolo di strade bianche con isolati rosa, &#232; &#8220;ampliamento&#8221;, la citt&#224; che crescer&#224; nel futuro. Anche all'interno del perimetro delle mura, che saranno abbattute (...)&lt;/p&gt;


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 <content:encoded>&lt;img class='spip_logo spip_logo_right spip_logos' alt=&#034;&#034; style='float:right' src='http://www.urbanisticainformazioni.it/local/cache-vignettes/L119xH150/arton1069-264ba.jpg?1775430708' width='119' height='150' /&gt;
		&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;&lt;span class='spip_document_1720 spip_documents'&gt; &lt;img class='img-responsive' src='http://www.urbanisticainformazioni.it/local/cache-vignettes/L500xH632/quarta-13-c0ef1.jpg?1775430708' alt=&#034;&#034; width='500' height='632' /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L'immagine di copertina &#232; stata ottenuta per accostamento di tre rappresentazioni diverse del centro storico di Bologna, ricavate da altrettante stagioni della pianificazione della citt&#224;.&lt;br class='autobr' /&gt;
Per il Piano regolatore del 1889 il centro storico &#232; la citt&#224; esistente, rappresentata con isolati pieni in grigio e monumenti in nero; tutto il resto, il reticolo di strade bianche con isolati rosa, &#232; &#8220;ampliamento&#8221;, la citt&#224; che crescer&#224; nel futuro.&lt;br class='autobr' /&gt;
Anche all'interno del perimetro delle mura, che saranno abbattute nel 1902-1904, si vede l'introduzione di alcune maglie della citt&#224; in ampliamento.&lt;br class='autobr' /&gt;
Il piano prevede poi il taglio di isolati per costruire nuove strade e allargamenti, nonch&#233; alcune piazze attorno a monumenti significativi.&lt;br class='autobr' /&gt;
Ottant'anni dopo, il Piano per il centro storico rivoluziona l'approccio all'intervento, in linea con l'evoluzione della disciplina negli anni della nascita di ANCSA: &#8220;il principio del restauro conservativo, inteso come conoscenza del passato quale programmazione del futuro&#8221; diventa la legge per ogni trasformazione entro il perimetro racchiuso nelle vecchie mura, non pi&#249; esistenti.&lt;br class='autobr' /&gt;
Il disegno del piano rappresenta ogni edificio come individuo, definendone l'appartenenza a quattro categorie di tipologie edilizie e identificando una specifica categoria d'intervento, attribuita sulla base degli obiettivi di conservazione di ogni elemento costitutivo del centro storico nel suo insieme.&lt;br class='autobr' /&gt;
Nel 2021 il Piano urbanistico generale, redatto in riferimento alla terza legge urbanistica della Regione Emilia-Romagna, porta ad un'altra rappresentazione significativamente diversa: alla ripresa di tutti gli edifici d'interesse (allargati a quelli pi&#249; significativi del '900), distinti per quattro modalit&#224; d'intervento/tutela, si sovrappone una lettura per tessuti insediativi che allarga la visione della &#8220;citt&#224; storica&#8221; ai tessuti formatisi a partire dal Piano del 1889 (i quartieri giardino, i tessuti compatti e quelli specializzati), continuando ad identificare un &#8220;nucleo di antica formazione&#8221; sostanzialmente coincidente con la zona A del Piano del 1969.&lt;br class='autobr' /&gt;
L'obiettivo strategico &#232; di &#8220;conservare i caratteri del paesaggio storico urbano, rinnovandone il ruolo&#8221;: introducendo, quindi, accanto ai criteri dei piani precedenti, quelli nel frattempo elaborati in sede UNESCO nel 2011, per integrare conservazione e sviluppo urbano sostenibile.&lt;br class='autobr' /&gt;
L'idea di conservare &#8220;una citt&#224; antica per una societ&#224; nuova&#8221; continua dunque a guidare le linee di pianificazione per riaffermare la centralit&#224; della citt&#224; storica in contesti contemporanei in mutamento.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In IV di copertina, dall'alto: &#8220;Pianta generale&#8221; del &#8220;Piano regolatore della citt&#224; e di ampliamento esterno&#8221;, Municipio di Bologna - Ufficio di edilit&#224; ed arte, approvato l'11.04.1889 (stralcio, originale in scala 1:4.000); &#8220;Piano operativo della conservazione&#8221; del &#8220;Piano per il centro storico&#8221;, Comune di Bologna - Assessorato all'Urbanistica, Direzione dei Servizi Pubblici, Ufficio Studi del Piano Regolatore, variante al Piano regolatore generale approvata il 21.06.1969, (stralcio, originale in scala 1:2.000); &#8220;Strategie urbane: abitabilit&#224; e inclusione&#8221;, Piano Urbanistico Generale, Comune di Bologna, Dipartimento Urbanistica Casa Ambiente, Ufficio di Piano urbanistico, approvato il 26.07.2021 (dettaglio da sito web) (fonte: Comune di Bologna).&lt;/p&gt;
&lt;h3 class=&#034;spip&#034;&gt;Associazione Nazionale Centri Storico-Artistici (ANCSA)&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Fondata a Gubbio nel 1961, rappresenta una realt&#224; d'eccellenza per la salvaguardia e la rigenerazione del patrimonio italiano.&lt;br class='autobr' /&gt;
Nata in risposta all'espansione edilizia del dopoguerra, l'ANCSA ha segnato la storia dell'urbanistica con le Carte di Gubbio, considerando il &#8220;centro storico&#8221; come organismo vivo da tutelare nella sua complessit&#224; patrimoniale e sociale, quindi il &#8220;territorio storico&#8221; come espressione dell'identit&#224; culturale e soggetto in tutte le sue parti &#8211; citt&#224; esistente, paesaggi edificati, territorio rurale &#8211; di una organica strategia d'intervento.&lt;br class='autobr' /&gt;
L'attivit&#224; di ANCSA si articola attraverso ricerche, consulenze tecnico-amministrative e promozione di politiche di rigenerazione urbana sostenibile.&lt;br class='autobr' /&gt;
Collabora con Comuni, Universit&#224; e Istituzioni, favorendo lo scambio di buone pratiche per contrastare il degrado e la museificazione dei luoghi.&lt;br class='autobr' /&gt;
Persegue l'obiettivo di coniugare conservazione dei valori storici ed esigenze della vita contemporanea, affinch&#233; i centri storici rimangano luoghi abitati e fruiti.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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		<title>Centro storico</title>
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		<dc:creator>ANCSA</dc:creator>


		<dc:subject>Significante &amp; significati</dc:subject>
		<dc:subject>In evidenza in Home Page</dc:subject>
		<dc:subject>Mostra articolo nella lista</dc:subject>

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&lt;p&gt;L'urbanistica moderna prende vita nella seconda met&#224; dell'800 in un'ottica di risanamento e modernizzazione delle capitali europee, per dilatarsi all'insieme dei contesti urbani nell'et&#224; dell'industrializzazione del vecchio continente. Alla prassi dello sventramento invalsa fra il XIX e il XX secolo, si contrappose il diradamento edilizio proposto da Gustavo Giovannoni che nel 1925 accusava gli sventramenti di togliere ogni carattere alla vecchia citt&#224; senza produrre una citt&#224; moderna. (...)&lt;/p&gt;


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 <content:encoded>&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;L'urbanistica moderna prende vita nella seconda met&#224; dell'800 in un'ottica di risanamento e modernizzazione delle capitali europee, per dilatarsi all'insieme dei contesti urbani nell'et&#224; dell'industrializzazione del vecchio continente. Alla prassi dello sventramento invalsa fra il XIX e il XX secolo, si contrappose il diradamento edilizio proposto da Gustavo Giovannoni che nel 1925 accusava gli sventramenti di togliere ogni carattere alla vecchia citt&#224; senza produrre una citt&#224; moderna.&lt;br class='autobr' /&gt;
Un'acquisizione rilevante venne stimolata nel 1929 da Luigi Piccinato che, criticando l'isolamento dei monumenti prodotto dagli interventi in atto, introduceva il principio della conservazione ambientale. Il suo pensiero contrastava tuttavia con la cultura degli anni Trenta che, a partire dalla Carta di Atene (1931) e dalla Carta (italiana) del Restauro (1931), propugnava la salvaguardia del monumento quale unicum avulso dal proprio contesto, ripresa dalla Legge n. 1089/1939 sulla &#8220;Tutela delle cose d'interesse artistico o storico&#8221;. Sarebbero occorsi tuttavia ancora due decenni per giungere al piano regolatore di Assisi, in cui Giovanni Astengo considerava il centro storico come entit&#224; omogenea da salvaguardare nel suo insieme, al di l&#224; del diverso valore formale delle singole componenti, dando sostanza alle intuizioni di Piccinato.&lt;br class='autobr' /&gt;
La Carta di Gubbio del 1960 segn&#242; una svolta culturale e programmatica, rigettando i criteri &#8220;del ripristino e delle aggiunte stilistiche, del rifacimento mimetico, della demolizione di edifici a carattere ambientale anche modesto, di ogni &#8216;diradamento' ed &#8216;isolamento' di edifici monumentali&#8221; e introducendo la dimensione collettiva del risanamento, a cui &#232; richiesta particolare cura nei confronti della &#8220;struttura sociale che caratterizza i quartieri&#8221;. Tuttavia, la Carta esplicita gli interventi indispensabili per la salvaguardia dei centri storici, ma non definisce questi ultimi. A farlo saranno Antonio Cederna e Mario Manieri Elia (Urbanistica, n. 32/1960) che comprendevano al loro interno &#8220;tutta la citt&#224; storica, tutto l'insieme della sua struttura urbanistica, quale si &#232; venuta lentamente componendo nei secoli&#8221;.&lt;br class='autobr' /&gt;
Sul piano normativo, il Dm n. 1444/1968 individuer&#224; la Zona territoriale omogenea A comprendendovi &#8220;le parti del territorio interessate da agglomerati urbani che rivestano carattere storico, artistico e di particolare pregio ambientale o da porzioni di essi, comprese le aree circostanti, che possono considerarsi parte integrante, per tali caratteristiche, degli agglomerati stessi&#8221;. Definire oggi il &#8220;centro storico&#8221; a livello urbanistico diventa un atto programmatico che sul piano culturale mette in gioco i suoi due elementi costitutivi: la centralit&#224; e la storicit&#224;, interessandone l'aspetto socio-funzionale e quello materiale. La centralit&#224; considera la dotazione di servizi che il contesto urbano assicura, ma misura, al tempo stesso, la presenza di luoghi simbolici che le diverse porzioni della citt&#224; conservano. Nell'evoluzione recente dei tessuti insediativi ha preso corpo un assetto organizzativo multipolare; lungi dall'affermare che il centro storico abbia mai rappresentato una centralit&#224; compatta e univoca, va tuttavia riconosciuto che la crescita di poli commerciali, direzionali, per l'istruzione, ha accentuato l'organizzazione policentrica della citt&#224; contemporanea. In questo contesto il centro storico tuttavia conserva ed esprime i tradizionali requisiti dell'attrattivit&#224; funzionale e dell'identit&#224; simbolica. Il concetto di storicit&#224; assume significati differenti a seconda delle epoche in cui viene declinato, dal momento che ogni evoluzione, anche recente, che la citt&#224; ha vissuto, ha impresso su di essa la propria traccia materiale e i propri valori. La citt&#224; come &#8220;memoria collettiva dei popoli&#8221; (Aldo Rossi); la citt&#224; come specchio dell'organizzazione e dei valori che la societ&#224; esprime; tutto ci&#242; restituisce il senso evolutivo della storia urbana che costantemente muta l'assetto fisico e simbolico dei luoghi. Si pu&#242; concludere che centro storico &#232; un concetto complesso e dinamico che individua parti dell'impianto urbano che conservano i segni della loro formazione passata e una significativa concentrazione di funzioni economiche, sociali, collettive e culturali insediate e stratificate nel corso delle vicende evolutive vissute dalla citt&#224;. La sua perimetrazione &#8211; funzionale all'individuazione di ambiti specifici di tutela, riorganizzazione o riqualificazione urbana &#8211; deve comprendere le aree non edificate che ad esso risultano morfologicamente e funzionalmente integrate o connesse. Delimitare il perimetro dei centri storici risulta dunque un'inevitabile forzatura, ma assume rilevanza sul piano urbanistico, ma ancor pi&#249; su quello conoscitivo, per monitorarne le dinamiche sociali, gli assetti funzionali, le trasformazioni in essere a fronte delle sfide globali vissute dalla citt&#224; contemporanea. Sul piano progettuale, in molti contesti ha preso forza il paradigma della citt&#224; storica che, riconoscendo la pluralit&#224; dei caratteri insediativi antichi e moderni e delle istanze sociali, si pone come dimensione appropriata su cui incardinare processi di rigenerazione urbana. In questo quadro, il valore storico-culturale assume un ruolo guida della trasformazione, integrandosi con le esigenze della sostenibilit&#224; ambientale, dell'accessibilit&#224; e della mobilit&#224;, in modo coerente con gli obbiettivi finalizzati a un pi&#249; complessivo riequilibrio territoriale.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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		<title>Per non tarpare le ali alla rigenerazione urbana</title>
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		<dc:subject>Aperture</dc:subject>
		<dc:subject>il Punto</dc:subject>
		<dc:subject>In evidenza in Home Page</dc:subject>
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&lt;p&gt;Nei Paesi ad economia matura sono soprattutto le citt&#224; di maggiori dimensioni ad aver compreso che la crisi urbana non riguarda pi&#249; soltanto la forma costruita o lo stock di edilizia disponibile, ma investe il funzionamento complessivo del sistema insediativo. Il rallentamento demografico, l'invecchiamento della popolazione, la crisi climatica, la finanziarizzazione dell'edilizia, la questione abitativa e la riorganizzazione dei sistemi produttivi e logistici stanno modificando in profondit&#224; le (...)&lt;/p&gt;


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 <content:encoded>&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;Nei Paesi ad economia matura sono soprattutto le citt&#224; di maggiori dimensioni ad aver compreso che la crisi urbana non riguarda pi&#249; soltanto la forma costruita o lo stock di edilizia disponibile, ma investe il funzionamento complessivo del sistema insediativo. Il rallentamento demografico, l'invecchiamento della popolazione, la crisi climatica, la finanziarizzazione dell'edilizia, la questione abitativa e la riorganizzazione dei sistemi produttivi e logistici stanno modificando in profondit&#224; le relazioni tra l'abitare, il lavoro, la mobilit&#224; e i servizi, mettendo in discussione gli stessi modelli urbani pi&#249; consolidati (Bettencourt e West 2010; Florida 2017).&lt;br class='autobr' /&gt;
In questo scenario, la rigenerazione urbana si &#232; ormai affermata come il principale riferimento delle politiche pubbliche per affrontare la crisi della citt&#224; contemporanea. La sua diffusione corrisponde all'esigenza di intervenire sul patrimonio esistente, di contenere il consumo di suolo e di migliorare la qualit&#224; urbana. E, tuttavia, &#232; proprio la centralit&#224; acquisita dalla rigenerazione urbana a favorire paradossalmente una sua interpretazione riduttiva, che tende a confinarla entro il perimetro angusto dei provvedimenti di incentivazione edilizia, che si basano sulla previsione di premi volumetrici e di procedure semplificate, spesso scollegate da una visione complessiva delle trasformazioni territoriali che ne potranno conseguire (Albrechts 2013; Healey 2010).&lt;br class='autobr' /&gt;
&#200; proprio in questa prospettiva che si collocano alcune considerazioni sviluppate di recente sul ruolo del masterplan come possibile strumento di pianificazione strategica a supporto delle politiche di rigenerazione urbana. In un contesto segnato dalla persistente difficolt&#224; di riformare organicamente il governo del territorio, il masterplan pu&#242; costituire un dispositivo di raccordo tra visione di medio-lungo periodo e pianificazione urbanistica ordinaria, senza assumerne i caratteri conformativi. La sua funzione non risiede nella definizione dei diritti edificatori, ma nella capacit&#224; di integrare obiettivi ambientali, sociali, infrastrutturali ed economici, offrendo un quadro di riferimento coerente per orientare progetti complessi di rigenerazione. Letto in questa chiave, il masterplan non rappresenta un'alternativa al piano, ma uno strumento che ne rafforza la capacit&#224; strategica, evitando che la rigenerazione venga ridotta ad una sommatoria di interventi edilizi incentivati.&lt;br class='autobr' /&gt;
Il rischio non &#232; solo quello di indebolire il ruolo della pianificazione urbanistica: in questo modo si corre altres&#236; il pericolo di svuotare la rigenerazione della sua capacit&#224; di incidere sulle cause strutturali della crisi dei sistemi insediativi. Senza un'integrazione chiara ed impegnativa tra rigenerazione, pianificazione e politiche pubbliche, gli interventi pi&#249; frequenti possono ridursi a semplici operazioni di sostituzione edilizia, mentre restano irrisolte le questioni che riguardano l'assetto complessivo del sistema insediativo. &#200; a partire da questa consapevolezza che la rigenerazione urbana pu&#242; essere ripensata non tanto come un'eccezione alle regole del governo del territorio, ma come una sua finalit&#224; strutturale (Inu 2025).&lt;/p&gt;
&lt;h3 class=&#034;spip&#034;&gt;Dalla politica urbana alla pratica di governo: l'ascesa della rigenerazione urbana&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Il successo economico, politico, e comunicativo del paradigma della rigenerazione urbana non &#232; affatto casuale: si tratta infatti del risultato di una convergenza di fattori culturali, economici e istituzionali che hanno trasformato questa nozione piuttosto indeterminata in un vero e proprio 'ombrello semantico'. In un contesto nel quale le citt&#224; sono chiamate a rispondere simultaneamente a crisi ambientali, sociali, economiche e demografiche, la rigenerazione appare come un concetto passe partout, che &#232; capace di tenere insieme tutto: sostenibilit&#224;, inclusione, innovazione, competitivit&#224;, qualit&#224; dello spazio pubblico.&lt;br class='autobr' /&gt;
In primo luogo si tratta di un vocabolo che rassicura perch&#233; sembra neutro e non evoca conflitti. A differenza di termini come &#8220;pianificazione&#8221;, &#8220;riqualificazione&#8221; o &#8220;trasformazione urbana&#8221;, la rigenerazione urbana sembra implicare un'aura di positivit&#224; e di cura, che non divide ma anzi aggrega. Questa neutralit&#224; apparente la rende politicamente spendibile in contesti molto diversi, dal piccolo comune alla grande metropoli, dalle amministrazioni progressiste ai governi conservatori.&lt;br class='autobr' /&gt;
Inoltre la rigenerazione urbana promette tempestivit&#224; in un'epoca impaziente, in quanto risulta associata in molti casi a interventi visibili, tangibili, spesso circoscritti e ad elevata fattibilit&#224;: piazze, spazi pubblici, edifici dismessi, aree industriali. In un periodo storico nel quale la politica ha bisogno di risultati immediati, la rigenerazione si propone come una formula perfetta: consente di esibire un cambiamento senza affrontare necessariamente le cause strutturali della crisi urbana (disuguaglianze, precariet&#224; abitativa, modelli di sviluppo insostenibili).&lt;br class='autobr' /&gt;
Proprio in virt&#249; della sua capacit&#224; di accogliere qualunque soluzione, rischia in molti casi di non affermare nulla di veramente risolutivo, e la sua forza si rivela anche la sua debolezza. La rigenerazione urbana &#232; diventata infatti una 'chiave universale', proprio perch&#233; pu&#242; significare tutto: un progetto di housing sociale, un intervento di gentrification mascherata, un programma di efficientamento energetico, un festival culturale, un piano di mobilit&#224; sostenibile. Quando un concetto diventa cos&#236; adattabile, perde di senso e smarrisce la capacit&#224; di orientare le scelte, tanto da diventare un'etichetta prima ancora che una strategia.&lt;br class='autobr' /&gt;
In un'oscillazione continua tra finalit&#224; strutturali, che riguardano la citt&#224; nel suo insieme, e politiche settoriali, che alludono invece ad interventi puntuali e spesso scoordinati, la rigenerazione urbana rischia di non saper individuare le differenze fondamentali tra queste due dimensioni. La pratica della rigenerazione finisce per rimescolarli e sovrapporli, con la conseguenza di produrre un'ambiguit&#224; ed un caos &#8220;creativo&#8221; che possono rivelarsi politicamente convenienti, ma che sotto il profilo urbanistico risultano rischiosi almeno nel lungo periodo.&lt;br class='autobr' /&gt;
In definitiva sono ormai molti anni che la rigenerazione urbana si propone come una risposta alla crisi della citt&#224; fordista, e tenta in questo modo di ripensare ai modelli di sviluppo, alle forme dell'abitare, alle relazioni tra spazi e comunit&#224;. Ma quanto pi&#249; diventa un'etichetta onnivora, tanto pi&#249; rischia di perdere la sua carica trasformativa.&lt;/p&gt;
&lt;h3 class=&#034;spip&#034;&gt;Quando la rigenerazione urbana diventa lo strumento di un'edilizia 'aumentata'&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Altrove ho gi&#224; sottolineato i rischi determinati in Italia da una evoluzione del quadro normativo in materia di pianificazione, che ha puntato ad una identificazione crescente della rigenerazione con misure tendenti a ridurre progressivamente la distinzione tra la disciplina urbanistica e il controllo delle trasformazioni edilizie (Talia 2025, 2026). Per questo motivo mi limiter&#242; in questo paragrafo, e nelle pagine successive, a richiamare le questioni che hanno rischiato di affidare il successo della rigenerazione a provvedimenti che si proponevano di individuare nei premi volumetrici, nei bonus edilizi e nelle procedure speciali e derogatorie la leva principale per costruire di pi&#249;, mentre sarebbe stato preferibile indirizzare le nuove misure di governo del territorio in direzione della capacit&#224; di guidare trasformazioni complesse.&lt;br class='autobr' /&gt;
Giunti ormai al termine di una lunga stagione di semplificazione, che aveva finito per &#8220;ingolfare&#8221; ulteriormente il ciclo edilizio proprio a seguito dei numerosi interventi emergenziali e derogatori che si sono succeduti nel corso di circa un ventennio, la proposta di legge delega per un nuovo Codice dell'edilizia e delle costruzioni che &#232; stata approvata dal Consiglio dei Ministri del 4 dicembre 2025, e che si propone di orientare il riordino e la semplificazione della normativa di settore (Dpr n. 380/2001), sembra in realt&#224; orientata a reiterare una prassi che appare sempre meno riconducibile ad un autentico progetto di riforma del governo del territorio, e nemmeno a razionalizzare la legislazione del comparto. Al contrario, essa sembra piuttosto orientata ad inseguire il ciclo edilizio, a facilitare i processi di finanziarizzazione e a tentare di sbloccare procedure congestionate proprio dalle precedenti semplificazioni, ma non &#232; possibile escludere che lo strumento della legge delega possa partorire nei prossimi mesi un Decreto legge con finalit&#224; ben pi&#249; ambiziose, e che si proponga di varare nei prossimi mesi una piccola riforma del governo del territorio. E con la conseguenza, assai discutibile, di limitare il dibattito parlamentare su di un tema talmente complesso, di centralizzare eccessivamente le scelte urbanistiche a scapito delle autonomie regionali (art. 117 Cost.) e di ignorare le specifiche esigenze locali. Inoltre, per la natura tecnica del provvedimento, &#232; richiesta un'attuazione condivisa, che il decreto delega potrebbe sacrificare, generando conflitti di competenza e complicando il gi&#224; complesso quadro normativo.&lt;br class='autobr' /&gt;
In attesa che questa ulteriore proiezione del conflitto tra governo del territorio e regolamentazione del settore edilizio giunga a compimento, si avverte la possibilit&#224; che il percorso seguito dal nuovo Codice interferisca con l'iter parlamentare del Testo unificato sulla rigenerazione urbana &#8211; da tempo in discussione al Senato &#8211; e questo per alcuni motivi collegati al funzionamento del processo legislativo e alla sovrapposizione tematica tra i due provvedimenti. Per quanto si tratti di due iniziative legislative distinte, tale eventualit&#224; &#232; legata alla circostanza per cui entrambi i testi affrontano argomenti della disciplina edilizia ed urbanistica che si intersecano, e che riguardano aspetti legati alla edificazione, alla trasformazione del patrimonio costruito, alle procedure amministrative e alla semplificazione normativa. Pi&#249; in particolare:&lt;br class='autobr' /&gt; * mentre il disegno di legge delega per il nuovo Codice dell'edilizia e delle costruzioni &#232; attualmente in Parlamento per l'approvazione, e se verr&#224; approvato dar&#224; al Governo 12 mesi per scrivere i decreti legislativi che riscriveranno organicamente la normativa edilizia (sostituendo l'attuale Dpr n. 380/2001);&lt;br class='autobr' /&gt; * il Testo unificato sulla rigenerazione urbana &#232; un secondo provvedimento (nato dall'unificazione di pi&#249; disegni di legge) che mira a stabilire una disciplina organica per gli interventi di rigenerazione urbana e a modificare anche alcuni aspetti del rapporto tra urbanistica ed edilizia nel contesto della rigenerazione stessa.&lt;br class='autobr' /&gt;
Questa sovrapposizione di materie potr&#224; creare punti di contatto e potenziali problemi di coordinamento se le definizioni, le procedure o i principi del Testo unificato della rigenerazione non risulteranno coerenti con quelli che verranno fissati nel nuovo Codice. Di conseguenza potr&#224; rendersi necessario armonizzare i due testi in sede di esame parlamentare, oppure si dovr&#224; stabilire quale disciplina dovr&#224; prevalere su determinati aspetti tecnici o procedurali.&lt;br class='autobr' /&gt;
In conclusione, non &#232; automatico che l'uno blocchi l'altro, ma il fatto che entrambi i provvedimenti intervengano su aree collegate del diritto urbanistico-edilizio rende probabile una qualche forma di connessione d'iter e la necessit&#224; di coordinare le due iniziative. Il risultato concreto dipender&#224; dalle scelte parlamentari e dal modo in cui si affronteranno i punti di contatto tra queste iniziative di legge nelle commissioni e in aula.&lt;/p&gt;
&lt;h3 class=&#034;spip&#034;&gt;Rigenerazione urbana come progetto di riassetto del sistema insediativo&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Ridurre la rigenerazione urbana a una politica edilizia incentivata comprime l'orizzonte delle politiche pubbliche. In questo modo, problemi di natura strutturale &#8211; dalla selettivit&#224; abitativa agli squilibri funzionali, fino alla frammentazione sociale e territoriale &#8211; vengono affrontati attraverso interventi settoriali, affidando al mercato delle costruzioni la responsabilit&#224; di rispondere a sfide che riguardano invece l'organizzazione complessiva della citt&#224; e del territorio (Florida 2017; Albrechts 2013).&lt;br class='autobr' /&gt;
&#200; proprio a partire da questo limite che la rigenerazione urbana pu&#242; essere ripensata come progetto di riassetto del sistema insediativo, capace di incidere non solo sulla forma costruita ma sull'organizzazione complessiva degli spazi dell'abitare, del lavoro e dei servizi. Le grandi sfide della contemporaneit&#224; &#8211; crisi climatica, conflitto sociale, inverno demografico, trasformazioni dei sistemi produttivi e logistica globale &#8211; non si manifestano infatti come semplici problemi di obsolescenza edilizia, ma come squilibri territoriali e insediativi che richiedono risposte integrate e di lungo periodo (Healey 2010).&lt;br class='autobr' /&gt;
Affidare la rigenerazione a tattiche di sostituzione edilizia pilotate prevalentemente dal mercato delle costruzioni significa limitarne strutturalmente le ambizioni. Al contrario, una rigenerazione intesa come finalit&#224; strutturale del governo del territorio pu&#242; orientare le politiche pubbliche verso un ripensamento delle relazioni tra densit&#224; e qualit&#224; urbana, tra accessibilit&#224; e inclusione, tra localizzazione delle attivit&#224; produttive e sostenibilit&#224; ambientale (Albrechts 2013).&lt;br class='autobr' /&gt;
&#200; certamente a questa scala che la rigenerazione pu&#242; contribuire a contrastare gli effetti cumulativi della finanziarizzazione dell'edilizia, della selettivit&#224; abitativa e della polarizzazione funzionale delle citt&#224;, restituendo alla politica urbana una capacit&#224; di visione che ha da tempo smarrito, e che non dovrebbe esaurirsi nell'attivazione di singoli interventi (Bettencourt e West 2010).&lt;/p&gt;
&lt;h3 class=&#034;spip&#034;&gt;Conclusioni&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;La rigenerazione urbana rappresenta oggi una delle principali occasioni di innovazione delle politiche territoriali nelle citt&#224; mature. Proprio per questo, essa non pu&#242; essere ridotta a una sommatoria di interventi edilizi prevalentemente privati, n&#233; a un insieme di procedure eccezionali volte ad accelerare la trasformazione fisica degli spazi urbani. Una simile interpretazione, pur in grado di attivare processi nel breve periodo, rischia di produrre effetti selettivi e di rafforzare le disuguaglianze territoriali, senza incidere sulle cause strutturali della crisi urbana (Florida 2017; Inu 2025).&lt;br class='autobr' /&gt;
Se la rigenerazione vuole davvero rispondere alle sfide poste dalla crisi ambientale, dall'inverno demografico, dalla de-industrializzazione e dalla frammentazione sociale, deve assumere come proprio orizzonte il riassetto del sistema insediativo, e non la sola sostituzione del costruito. Questo implica un ripensamento del rapporto tra densit&#224;, accessibilit&#224;, localizzazione delle attivit&#224; e qualit&#224; urbana, che nessun intervento settoriale &#232; in grado di garantire in assenza di una visione complessiva (Healey 2010) e di una riforma del governo del territorio.&lt;br class='autobr' /&gt;
In questa prospettiva, la pianificazione urbanistica non costituisce un ostacolo alla rigenerazione, ma la condizione che ne pu&#242; consentire lo sviluppo ed ampliarne le ambizioni. Rafforzare il ruolo del piano significa restituire alle politiche pubbliche la capacit&#224; di orientare le trasformazioni, integrare obiettivi ambientali, sociali ed economici e costruire consenso attorno a progetti condivisi. &#200; su questo terreno che la rigenerazione urbana pu&#242; diventare un campo di prova per il rinnovamento del governo del territorio in Italia: non una politica edilizia travestita da innovazione, ma un progetto collettivo capace di governare il cambiamento senza tarparne le ali (Albrechts 2013; Inu 2025).&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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		<title>La conquista progressista di un diritto fondamentale</title>
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		<dc:creator>Giaimo</dc:creator>


		<dc:subject>Apertura</dc:subject>
		<dc:subject>Aperture</dc:subject>
		<dc:subject>In evidenza in Home Page</dc:subject>
		<dc:subject>Mostra articolo nella lista</dc:subject>

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&lt;p&gt;Dal suffragio alla citt&#224; dei servizi L'80&#176; anniversario del 1946, anno in cui le donne italiane esercitano pienamente il diritto di voto nelle consultazioni decisive per la nascita della Repubblica, offre l'occasione per ripensare la cittadinanza non solo come appartenenza politica ma come insieme di condizioni materiali che rendono effettivo l'accesso ai diritti. La conquista del suffragio, formalizzata nelle norme elettorali del 1946, inaugura infatti una fase in cui la presenza delle donne (...)&lt;/p&gt;


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 <content:encoded>&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;h3 class=&#034;spip&#034;&gt;Dal suffragio alla citt&#224; dei servizi&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;L'80&#176; anniversario del 1946, anno in cui le donne italiane esercitano pienamente il diritto di voto nelle consultazioni decisive per la nascita della Repubblica, offre l'occasione per ripensare la cittadinanza non solo come appartenenza politica ma come insieme di condizioni materiali che rendono effettivo l'accesso ai diritti. La conquista del suffragio, formalizzata nelle norme elettorali del 1946, inaugura infatti una fase in cui la presenza delle donne nel dibattito pubblico, nello spazio urbano e nelle istituzioni rende pi&#249; visibile &#8211; e politicamente negoziabile &#8211; la domanda di servizi, infrastrutture sociali e qualit&#224; dell'abitare.&lt;br class='autobr' /&gt;
In questo senso, l'urbanistica del secondo dopoguerra pu&#242; essere letta anche come campo di 'risposta istituzionale' alle istanze di welfare urbano e sociale: la domanda di servizi (scuole, attrezzature collettive, verde, spazi di relazione, accessibilit&#224;) entra progressivamente nella grammatica della pianificazione fino a essere codificata (12 anni dopo) in una metrica minima e inderogabile con il Dm 1444/1968, che stabilisce i rapporti massimi tra insediamenti e spazi pubblici riservati alle attivit&#224; collettive, al verde e ai parcheggi.&lt;br class='autobr' /&gt;
In proposito si intende provare a costruire un ragionamento genealogico che colleghi: il suffragio femminile come ampliamento della cittadinanza politica; la trasformazione del ruolo delle donne nella societ&#224; italiana del dopoguerra (lavoro, cura, tempi di vita, accesso ai servizi); la formalizzazione di un 'diritto ai servizi' nella pianificazione urbanistica, culminata nel Decreto 1444/1968. Va precisato che non si intende sostenere che il Decreto 'derivi' meccanicamente dal voto alle donne ma che il suffragio e l'organizzazione sociale e politica delle donne abbiano contribuito a creare (oltre che la 'domanda') le condizioni culturali e politiche per rendere esigibile &#8211; anche in forma tecnica &#8211; una parte della cittadinanza urbana.&lt;/p&gt;
&lt;h3 class=&#034;spip&#034;&gt;Cittadinanza sostanziale e standard: due chiavi interpretative&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Due passaggi concettuali paiono utili per inquadrare il nesso tra suffragio e standard urbanistici. In primis va considerato che se il diritto di voto abilita rappresentanza e partecipazione, la sua efficacia sociale dipende dalla possibilit&#224; di incidere su priorit&#224; e risorse collettive. Nel dopoguerra italiano, la ricostruzione e la modernizzazione dell'apparato pubblico investono direttamente le condizioni dell'accessibilit&#224; all'abitare e ai servizi: scuole, verde, spazi collettivi e mobilit&#224; diventano componenti decisive del welfare territoriale. In questo quadro, l'allargamento della cittadinanza politica alle donne porta in primo piano una domanda di citt&#224; legata ai tempi di vita, al lavoro, alle attivit&#224; di cura e alla prossimit&#224; delle dotazioni.&lt;br class='autobr' /&gt;
In aggiunta, gli standard urbanistici vanno assunti come 'traduzione tecnica' di un diritto ai servizi. Il Dm 1444/1968 &#232; notoriamente considerato un dispositivo tecnico-normativo di controllo dell'espansione urbana e garanzia minima di dotazioni. Di esso va anche sottolineata la forte valenza politico-sociale: introduce una soglia inderogabile che limita la discrezionalit&#224; locale e impone di considerare le aree su cui realizzare ed erogare servizi come parte costitutiva dei diritti di cittadinanza da garantire obbligatoriamente tramite la pianificazione urbanistica, anch'essa resa obbligatoria dalla emanazione della L 765/1967. Gli standard rappresentano, dunque, un modo &#8211; imperfetto ma potente &#8211; di trasformare la domanda sociale in tecnica urbanistica: una sorta di 'soglia minima' della citt&#224; pubblica.&lt;/p&gt;
&lt;h3 class=&#034;spip&#034;&gt;Genealogia 1946-1968: donne, vita quotidiana, diritto ai servizi, anticipazioni&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;La genealogia del passaggio 1946-1968 che si intende focalizzare non va intesa come sequenza lineare ma come convergenza di fattori: trasformazioni socioeconomiche, dibattito urbanistico, politiche pubbliche e mobilitazioni sociali. In questo intreccio, la domanda di servizi urbani si pu&#242; leggere anche attraverso la lente delle pratiche di donne e della vita quotidiana, ossia di un'esperienza sociale che rende evidente la centralit&#224; delle dotazioni di prossimit&#224; e l'organizzazione dei tempi urbani (Renzoni 2014). La costruzione di una 'citt&#224; dei servizi' non &#232; soltanto esito di un'evoluzione disciplinare interna all'urbanistica o delle lotte contro la rendita urbana ma anche di una politicizzazione della vita quotidiana: i bisogni legati alla cura, all'educazione, alla riproduzione sociale e alla gestione dei tempi (spesso gravanti sulle donne), lo stesso diritto alla casa (in parte conseguito con la Legge 167/1962),&lt;span class=&#034;spip_note_ref&#034;&gt; [&lt;a href='#nb1' class='spip_note' rel='appendix' title='Successivamente il diritto alla casa sar&#224; sostenuto con la L 865/1971 e (...)' id='nh1'&gt;1&lt;/a&gt;]&lt;/span&gt; diventano terreno di rivendicazione e, progressivamente, di codificazione.&lt;br class='autobr' /&gt;
Un tassello importante di questa genealogia &#8211; spesso richiamato come esperienza 'anticipatrice' rispetto al lessico successivo dei servizi e delle dotazioni &#8211; &#232; rappresentato dal progetto olivettiano a Ivrea e nel Canavese, dove Adriano Olivetti sperimenta fin dagli anni '40 e '50 un modello integrato di impresa, welfare, comunit&#224; e territorio. In quella prospettiva, la qualit&#224; dell'abitare e dell'ambiente di vita non &#232; considerata esterna alla produzione ma condizione della dignit&#224; del lavoro e della cittadinanza sociale.&lt;span class=&#034;spip_note_ref&#034;&gt; [&lt;a href='#nb2' class='spip_note' rel='appendix' title='A Ivrea, nel 1962, lavoravano oltre 3.300 donne nei reparti di produzione, (...)' id='nh2'&gt;2&lt;/a&gt;]&lt;/span&gt; Gli interventi sociali promossi dall'azienda &#8211; inclusi servizi e dispositivi di supporto alla conciliazione tra lavoro e cura &#8211; incidono in modo significativo anche sulla condizione delle donne lavoratrici, rendendo visibile il nesso tra organizzazione del lavoro, tempi di vita e infrastrutture sociali (asili, servizi di prossimit&#224;, attrezzature collettive, spazi per la riproduzione quotidiana e la cultura) quale condizione stessa dei diritti delle donne.&lt;span class=&#034;spip_note_ref&#034;&gt; [&lt;a href='#nb3' class='spip_note' rel='appendix' title='Si veda: &#8220;Donne in Olivetti&#8221;, Archivio storico Olivetti ().' id='nh3'&gt;3&lt;/a&gt;]&lt;/span&gt;&lt;br class='autobr' /&gt;
In termini urbanistici, l'esperienza di Ivrea pu&#242; essere letta come una prefigurazione di ci&#242; che, nel decennio successivo, diventer&#224; progressivamente oggetto di codificazione pubblica: l'idea che i servizi non siano un accessorio 'a valle' della realizzazione dell'edificato ma una componente strutturale della qualit&#224; insediativa urbana e della giustizia sociale in cui coinvolgere e responsabilizzare l'impresa. In questa chiave, l'esperienza olivettiana non coincide con un modello di standard urbanistici in senso stretto ma contribuisce a consolidare &#8211; in forma concreta e localizzata &#8211; una cultura del welfare socio-territoriale che aiuta a comprendere come, nel passaggio 1946-1968, la domanda di servizi legata alla vita quotidiana (e in particolare al lavoro femminile e di cura) possa e debba trovare riconoscimento anche nella strumentazione della pianificazione. L'esperimento olivettiano si dispiega &#8220;senza la precisa volont&#224; di conseguire un disegno rigido e unitario prefigurato, bens&#236; modellandosi continuamente per mettere in pratica un processo concreto di trasformazione territoriale della societ&#224;, basato su nuovi valori democratici&#8221; (Galuzzi 2023: 30).&lt;br class='autobr' /&gt;
Questa 'anticipazione' locale non sostituisce la successiva formalizzazione nazionale ma ne richiama la matrice: la trasformazione dei bisogni quotidiani in diritti urbani avrebbe richiesto, prima o poi, una traduzione istituzionale capace di renderli rivendicabili e concretamente applicabili a livello nazionale, come avverr&#224; con la Legge ponte del 1967 e con il Dm 1444/1968.&lt;br class='autobr' /&gt;
In questa traiettoria, un ruolo specifico va attribuito anche alle organizzazioni femminili e, in particolare, all'Udi (Unione donne italiane) e al Cif (Centro italiano femminile), come attori capaci di legare diritti e condizioni materiali dell'abitare, contribuendo a costruire un lessico e una domanda pubblica attorno alla necessit&#224; di servizi urbani e spazi collettivi (Rossi Doria 1996). Il punto che si intende sottolineare &#232; che l'ampliamento della cittadinanza politica (suffragio) abbia reso socialmente pi&#249; 'udibile' e istituzionalmente pi&#249; 'negoziabile' questa domanda: il diritto di voto certamente non ha prodotto gli standard ma ha concorso a creare le condizioni per cui la questione dei servizi urbani entrasse nel conflitto democratico e nelle politiche pubbliche.&lt;br class='autobr' /&gt;
Il passaggio normativo del 1968 &#232;, in tal senso, un atto di formalizzazione: il Dm 1444/1968 stabilisce che, nella formazione o revisione degli strumenti urbanistici, debbano essere rispettati rapporti massimi tra insediamenti residenziali, produttivi, terziario-commerciali e spazi pubblici riservati a diritti costituzionalmente fondamentali come istruzione, salute, assistenza, al verde pubblico, attivit&#224; collettive e ai parcheggi. Pur con tutti i limiti noti&lt;span class=&#034;spip_note_ref&#034;&gt; [&lt;a href='#nb4' class='spip_note' rel='appendix' title='Fra i pi&#249; noti limiti tecnici da superare vi &#232; il fatto che gli standard sono (...)' id='nh4'&gt;4&lt;/a&gt;]&lt;/span&gt; tale quantificazione &#232; cruciale perch&#233; produce un effetto di esigibilit&#224; minima: rende misurabile una parte della qualit&#224; urbana e dunque la rende potenzialmente oggetto di controllo e rivendicazione.&lt;/p&gt;
&lt;h3 class=&#034;spip&#034;&gt;Leggere il nesso tra i due momenti&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Letto nel prisma 1946-1968, il Dm 1444 emerge come un dispositivo ambivalente. Da un lato, gli standard fissano una soglia non negoziabile di citt&#224; pubblica, riducono l'arbitrariet&#224; locale e rendono servizi e spazi collettivi una componente minima della cittadinanza urbana. Dall'altro, la parametrizzazione in mq/abitante rischia di ridurre bisogni complessi a una griglia quantitativa, producendo dotazioni formalmente 'in regola' ma poco accessibili o mal localizzate: la qualit&#224; dell'abitare dipende certamente anche da prossimit&#224;, tempi urbani e capacit&#224; di rispondere ai bisogni di soggetti diversi.&lt;br class='autobr' /&gt;
Oggi, nell'epoca di rigenerazione, densificazione e cambi d'uso, questa genealogia invita a non ridurre gli standard a mero adempimento ma a rilanciarli come garanzia, aggiornandoli in chiave prestazionale (accessibilit&#224;, prossimit&#224;, qualit&#224;).&lt;br class='autobr' /&gt;
Ottant'anni dopo, leggere il suffragio femminile come apertura di un processo in cui la cittadinanza politica si intreccia con cittadinanza e comunit&#224; urbana sottolinea come la trasformazione del ruolo delle donne nella societ&#224; del dopoguerra e la politicizzazione dei bisogni della vita quotidiana abbiano reso centrale la questione dei servizi e delle dotazioni collettive. L'azione dei movimenti e delle organizzazioni femminili contribuisce a costruire una domanda pubblica che l'urbanistica e lo Stato, nel clima riformista di fine anni '60 e inizio anni '70, traducono in un dispositivo normativo minimo quale &#232; il Dm 1444. In questa prospettiva, gli standard non sono soltanto una tecnica di piano: sono anche la formalizzazione &#8211; imperfetta ma decisiva &#8211; di un'idea di citt&#224; come infrastruttura di diritti. La sfida odierna, coerente con quella genealogia, non &#232; abbandonare gli standard, ma aggiornarne l'impianto affinch&#233; la citt&#224; dei servizi sia misurabile non solo in quantit&#224;, ma anche in qualit&#224;, cio&#232; nelle condizioni concrete che rendono effettivi i diritti nella vita quotidiana.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;hr /&gt;
		&lt;div class='rss_notes'&gt;&lt;div id='nb1'&gt;
&lt;p&gt;&lt;span class=&#034;spip_note_ref&#034;&gt;[&lt;a href='#nh1' class='spip_note' title='Note 1' rev='appendix'&gt;1&lt;/a&gt;] &lt;/span&gt;Successivamente il diritto alla casa sar&#224; sostenuto con la L 865/1971 e alcuni anni dopo anche con le Leggi 457 e 392 del 1978.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div id='nb2'&gt;
&lt;p&gt;&lt;span class=&#034;spip_note_ref&#034;&gt;[&lt;a href='#nh2' class='spip_note' title='Note 2' rev='appendix'&gt;2&lt;/a&gt;] &lt;/span&gt;A Ivrea, nel 1962, lavoravano oltre 3.300 donne nei reparti di produzione, assemblaggio e uffici, con la stessa retribuzione degli uomini. Il modello praticato includeva un sistema di assistenza pionieristico: 9 mesi di congedo per maternit&#224; retribuiti al 100%; asili nido e strutture per i figli dei lavoratori, per supportare le madri lavoratrici; servizi sanitari, biblioteche, mense e attivit&#224; culturali.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div id='nb3'&gt;
&lt;p&gt;&lt;span class=&#034;spip_note_ref&#034;&gt;[&lt;a href='#nh3' class='spip_note' title='Note 3' rev='appendix'&gt;3&lt;/a&gt;] &lt;/span&gt;Si veda: &#8220;Donne in Olivetti&#8221;, Archivio storico Olivetti (&lt;a href=&#034;https://www.archiviostoricolivetti.it/donne-in-olivetti/&#034; class='spip_url spip_out auto' rel='nofollow external'&gt;https://www.archiviostoricolivetti.it/donne-in-olivetti/&lt;/a&gt;).&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div id='nb4'&gt;
&lt;p&gt;&lt;span class=&#034;spip_note_ref&#034;&gt;[&lt;a href='#nh4' class='spip_note' title='Note 4' rev='appendix'&gt;4&lt;/a&gt;] &lt;/span&gt;Fra i pi&#249; noti limiti tecnici da superare vi &#232; il fatto che gli standard sono stati pensati dal legislatore del 1968 per gli abitanti &#8220;esistenti e previsti&#8221; dal piano: oggi &#232;, invece, evidente la crescente importanza della popolazione non residente della citt&#224; contemporanea: un'altra leva che scardina le modalit&#224; di funzionamento della citt&#224; tradizionale.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;
		
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<item xml:lang="it">
		<title>Regolare il turismo per governare la citt&#224;. La Legge regionale Toscana 61/2024 e il ruolo della Corte costituzionale nella riaffermazione del governo del territorio</title>
		<link>http://www.urbanisticainformazioni.it/Regolare-il-turismo-per-governare-la-citta-La-Legge-regionale-Toscana.html</link>
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		<dc:creator>De Luca</dc:creator>


		<dc:subject>Speakers' Corner</dc:subject>
		<dc:subject>Mostra articolo nella lista</dc:subject>
		<dc:subject>Leggi regionali</dc:subject>
		<dc:subject>Turismo sostenibile</dc:subject>
		<dc:subject>Uso del suolo</dc:subject>
		<dc:subject>Toscana</dc:subject>
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		<title>L'indice di piantumazione. La misura del verde in urbanistica</title>
		<link>http://www.urbanisticainformazioni.it/L-indice-di-piantumazione-La-misura-del-verde-in-urbanistica.html</link>
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		<dc:creator>Cicalese, Fasolino, Potolicchio</dc:creator>


		<dc:subject>Urbanistica, societ&#224;, istituzioni</dc:subject>
		<dc:subject>Mostra articolo nella lista</dc:subject>
		<dc:subject>Cambiamenti climatici</dc:subject>
		<dc:subject>Infrastutture verdi</dc:subject>
		<dc:subject>Biodiversit&#224;</dc:subject>

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